Barriera aperta.

Da una stampa fotografica di Gustavo Boemi (dettaglio).

Fino al 26 aprile si può visitare la mostra fotografica Paesaggi di Barriera allestita nei locali dei Bagni Pubblici di via Agliè 9 a Torino.

Si tratta di una tappa del progetto OfBAM (Osservatorio fotografico Barriera di Milano / Torino Nord)  in corso dal 2014 da parte di un gruppo indipendente di fotografi alla cui origine ci sono i componenti dell'Associazione BIN11. Il progetto è anche aperto al contributo di quanti volessero avvicinarsi alla pratica dell'osservazione fotografica in questa particolare zona di Torino.

Per me, che sono nato e vissuto nel sud-ovest cittadino attraversare l'asse di corso Regina Margherita ed entrare nella zona nord di Barriera di Milano è sempre stato come addentrarmi in una Torino sconosciuta, davvero un'altra città. Nella mostra questo senso di estraneità si attenua in parte perché riconosco aspetti che mi appartengono, ma rimane il sentimento di essere comunque altrove e di potermi avvicinare proprio per tramite del fotografico. In questo senso, il lavoro dei fotografi è prezioso perché riesce ad aprire la visione su aspetti di particolare interesse con grande libertà di approccio: da quello più tradizionale e documentaristico ad esperimenti anche sorprendenti. Mi pare una via fertile per rinnovare metodi e procedure dell'osservazione fotografica.

In questi ultimi anni Barriera, si sta dimostrando una zona estremamente vitale e molte delle iniziative culturali più interessanti di Torino fioriscono qui. L'intensa presenza di persone provenienti un po' da tutto il mondo mescola le carte e stimola confronti tra pensieri e culture diverse. Ovviamente questo porta anche forti contraddizioni e problemi, ma forse meglio che altrove da tutto questo possono venir fuori gli stimoli giusti per immaginare una nuova convivenza sociale. Non poca cosa di questi tempi.


Paesaggi di Barriera
a cura dell'Associazione BIN11

Fotografi:
Enrico Bedolo, Gustavo Boemi, Ivan Catalano, Luca Lamoni, Ion Setran, Giampiero Vietti, Fabio Zanino.

Bagni Pubblici di via Agliè
Via Agliè 9 Torino

Fino al 26 Aprile.
Lun-Sab. ore 10-19.


I BAGNI PUBBLICI DI VIA AGLIÈ
sono la Casa del Quartiere di Barriera di Milano (VI Circoscrizione). Svolgono uno storico servizio di docce pubbliche e sono centro interculturale che costruisce con il coinvolgimento dei cittadini del quartiere – vecchi e nuovi abitanti di Barriera – legami interpersonali in una zona ricca di diversità, rappresentativa delle nostre realtà urbane contemporanee.






Altre Venezie.

Ieri sera è partita a Torino la rassegna espositiva I Just Look at Pictures - Viaggio nel photobook italiano a cura di Ivan Catalano. La prima mostra sarà visitabile nello spazio di ISOLE fino al 29 marzo prossimo. ISOLE è un'iniziativa culturale di Adele Corvo e Ivan Catalano dedicata al libro "fatto a mano" e, in senso esteso, all'editoria auto-prodotta, un tempo si sarebbe detto "alternativa", orientata alla fotografia. Questo primo appuntamento, come sarà per i successivi, si è aperto con una presentazione presso il Cecchi Point, un centro giovanile del Comune di Torino lì nelle vicinanze.

Nel primo appuntamento, arriva da Venezia un progetto editoriale ed espositivo intitolato LACUNA/AE. Un'osservazione fotografica svolta in luoghi che stanno al di fuori dello straconosciuto circuito turistico del centro storico e dove sia visibile la presenza dell'architettura moderna, sia essa residenziale o industriale. L'idea è di Eleonora Milner, veneziana doc di ascendenze austriache, ed è stata curata insieme a Elena Caslini. Entrambe giovani e con una formazione a livello universitario di orientamento artistico ed internazionale.

L'approccio fotografico ai luoghi non è quello canonico degli anni Ottanta e Novanta, che era fortemente influenzato dalla cultura architettonica e dalle esigenze della committenza pubblica. Qui siamo di fronte ad un'iniziativa autofinanziata con un crowfunding di successo, ennesimo piccolo miracolo dell'esistenza di Internet, e quindi le curatrici hanno avuto carta totalmente bianca sul da farsi, seguendo il loro gusto e le loro preferenze autoriali.

Ne è uscito un libro che riunisce oltre 100 immagini di 18 fotografi (sul sito del progetto si aggiungono ad essi 6 illustratori). Tra loro rilevo con piacere i nomi di persone che si erano fatte coinvolgere, bontà loro, in mie precedenti avventure curatoriali: Allegra Martin (Lens Based Art Show - Menzione Speciale, 2010), Claudia CorrentMattia Parodi, Giacomo Streliotto (Questo Paese, 2014).

Il corpo delle immagini è eterogeneo perché le curatrici hanno lasciato massima libertà ai fotografi. Ne emerge una sintesi interessante dei possibili approcci contemporanei al luogo: dai più rispettosi della tradizione del paesaggio italiano della generazione ghirriana, a coloro che vedono in Guido Guidi un riferimento imprescindibile, via via fino alle procedure dell'arte contemporanea più lontana dalla descrizione e vicina alla testimonianza di stili di vita, comportamenti e sensazioni minimali.

Da ISOLE è esposto un Best Of di 19 fotografie dalle oltre 100 del libro.

In conclusione vorrei sottolineare che esiste, con difficoltà molto gravi, ma esiste e resiste, un filone culturale estremamente attivo e interessante formato da giovani che vogliono fortemente dire la loro sulla fotografia contemporanea, nonostante le chiusure e le ottusità dei referenti principali, sovente intenti a baloccarsi con valori consolidati, e persino esausti, ben al riparo delle loro posizioni istituzionali a tempo indeterminato e anche non proprio mal pagate. Certamente sono dei giovani, e quindi le loro azioni possono risultare a volte ingenue e altre imprecise, ma in ogni caso sempre vitali e aperte al confronto con ogni altra analoga esperienza, anche all'estero. In loro mi pare che risieda quel rinnovamento di cui tanto sento il bisogno nel piccolo mondo antico dei fotografanti peninsulari.

Addendum
Un plauso ai grafici Ester Greco e Tommaso Lodi.
La grafica è un elemento sempre più determinante in un fotolibro d'oggi.


LACUNA/AE
a cura di Eleonora Milner ed Elena Caslini

Fotografie di
Andrea Avezzù, Laura Bacchiega, Sergio Campione, Claudia Corrent, Marco Del Zotto, Marco Fava, Francesca Gardini, Allegra Martin, Riccardo Muzzi, Francesca Occhi, Mattia Parodi, Giacomo Pulcinelli, Sara Sagui, Gian Giacomo Stiffoni, Giacomo Streliotto, Federico Vespignani, Claudio Zalla, Caterina De Zottis.

Lingua: Italiana, Inglese.
Grafica: Tommaso Lodi e Ester Greco.
Formato: 208 pagine / 20 x 26,5 cm.
Prima edizione, 2016.
ISBN: 979-12- 200-1034- 4




ISOLE

Lungo Dora Napoli 18b, Torino.
+39 339 819 3106
isolestudio@gmail.com
Visite su appuntamento



A, B, C... e poi? D?

Da qualche parte mi arriva la sollecitazione a volare più raso terra, ogni tanto almeno. Allora ricominciamo dalle basi.

LUCE
Quella roba che se ci arriva addosso in quantità eccessiva ci acceca momentaneamente e ci riscalda il corpo. No, non è un cucciolo troppo affettuoso quello di cui sto scrivendo. Sarebbe una radiazione elettromagnetica, ma che dentro c'ha anche i fotoni. Stop. Non frega niente a nessuno di questi dettagli. L'importante è che ci sia, la luce dico.

FOTOGRAFIA
Immagine tecnica ottenuta da un congegno a base ottica e funzionamento meccanico e/o elettronico. Il congegno lavora solo in presenza di luce. Quanta ne serve dipende dalle sue caratteristiche di fabbrica. le fotografie non si fanno, si prendono. Da dove? Dalla luce.

TEMPO
Ce ne vuole sempre. Non esiste nessuna fotografia che non sia frutto di tempo. Tempo di azione della luce dentro il congegno, tempo per mettersi dove serve, tempo per modificare dopo quello che non serve o serve diverso. Se non avete tempo, fate altro insomma.

DIAFRAMMA
Non ridete, Dico ai ragazzi. Il diaframma è un buco. Ho detto di non ridere.
Sì è un buco che fa passare la luce nel congegno. Se c'è solo il buco si chiama come una roba ortopedica: foro stenopeico. Sembra quello che ti fa male quando cambia il tempo. Arieccolo il tempo... Se invece il buco è dentro un coso a cilindro che sta piantato sul davanti del congegno, a proposito il congegno si chiama macchina fotografica o fotocamera, ecco che si chiama diaframma. Nel cilindro ci stanno tanti pezzi di vetro diversi e siccome li hanno messi in modo che vadano tutti d'accordo tra loro, lo chiamano obiettivo. Il buco può essere rotondo, ma più spesso è poligonale (c'ha tanti lati...). Serve da rubinetto della luce, come fosse per l'acqua no? Più aprite il buco più ne entra e viceversa. Ma non si chiude mai del tutto mannaggia. Per chiudere ben bene la fotocamera ci vuole un tappo o un...

OTTURATORE
Una saracinesca che sta sempre chiusa e si apre solo quando lo dite voi e per il tempo, sì quello di prima, che decidete voi. Avete dubbi su quale sia quello giusto? Mettete la fotocamera su A o P o una di quelle vignette idiote che ci mettono sempre. Ci pensa lei a voi. Voi non lo sapete ma nelle fotocamere di oggi hanno messo vecchi fotografi dei gloriosi anni Ottanta. Ora sapete perché non li vedete più in giro. E chi avrebbe più voglia di pagarne uno visto che da soli, o se proprio siete imbranati con l'aiuto del solito cugino (l'Italia è un paese af-fondato sui cugini e nipoti), potete finalmente fare foto bellissime lo stesso?

Basta per oggi, sento puzza di bruciato, non vorrei che il surriscaldamento dei residuali neuroni in circolazione aumentasse l'effetto serra...




Tu chiamale, se vuoi, emozioni.

Fino al 23 luglio prossimo, alla GAM di Torino e al Castello di Rivoli, è aperta un'unica mostra che si vede pagando due biglietti: L'emozione dei COLORI nell'arte. La curatela è condivisa tra Carolyn Christov-Bakargiev (considerabile capo-curatrice, visto che da lei parte l'iniziativa di questa esposizione), Marcella Beccaria, Elena Volpato ed Elif Kamisli. La consulenza scientifica è di Vittorio Gallese e Michael Taussig.

Motto della mostra, messo in testa al comunicato stampa è: "Finché siamo vivi, siamo vivi. Il colore è la vita" (Etel Adman, 29 settembre 2016). Mi pare una scelta perfetta che rivela la piena consapevolezza nei curatori di aver danzato sull'orlo della più grande tautologia.

In mostra vi sono 400 opere di 130 artisti di tutto il mondo che datano dal Settecento ad oggi. Oltre alle opere provenienti dalle collezioni permanenti di GAM e Castello di Rivoli, sono stati ricevuti vari prestiti da altre importanti istituzioni d'arte, tra le quali il Reina Sofia di Madrid, il Centre Pompidou di Parigi e la Tate Britain di Londra (la parte del complesso museale Tate dedicata all'arte inglese).

Ci sono tutte le premesse, e gli investimenti in risorse umane ed economiche, per un evento di grandissimo rilievo internazionale. Eppure mi è sembrato per tutto il tempo della mia visita alla GAM (mi riservo di correggermi eventualmente dopo essere stato anche a Rivoli), che questa montagna avesse partorito un topolino.

Certo il colore è la vita. Sicuramente Goethe aveva proposto un pensiero alternativo a quello poi stravincente di Isaac Newton. Indubbiamente oggi le neuroscienze stanno scoprendo nuovi orizzonti nel cervello umano che riportano in auge le intuizioni di Goethe, ma anche antiche tradizioni umane orientali. Tutto vero, tutto assodato. Ma l'arte cosa c'entra? Davvero Matisse indagava cromie e lì sta la sua vera essenza? Proprio sicuri che Fontana (Lucio) siccome ha tagliato una tela rossa invece che bianca stesse occupandosi di colore? Potrei proseguire, ma non vi voglio tediare.

Il succo del mio ragionamento è che sempre più spesso nei luoghi dedicati all'arte visiva vedo mostre che nel Novecento sarebbero state collocate nei Musei di scienza e tecnologia. I curatori sembrano più interessati a divulgare al pubblico le loro teorie, di cui sono innamoratissimi, che ad aiutarlo a riflettere sulla differenza tra un Paul Klee e un frigorifero. Il loro universo di riferimento è talmente letterario, filosofico e ripieno di parole che le immagini, le opere, diventano solo dei segnaposto alla tavola del loro discorso. I commensali devono guardare, meglio se con audioguide in testa piene di chiacchiere, ed annuire, possibilmente ammirati, dalle pozzate di scienza infusa che stanno ricevendo.

Stop. Mi sono sfogato. Alla mostra andateci, ma come andreste ovunque, anche alle giostre della Pellerina, che non sono meno piene di emozioni, colori e vita. Proprio pensando alle emozioni da luna park, i momenti in cui mi sono più divertito sono stati quelli del camminare sulle strisce catarifrangenti multicolori a pavimento e nelle stanze RGB di Cruz-Diaz. Forse valgono da sole il primo biglietto.

Addendum
- Fare una mostra sul colore in arte senza metterci nemmeno un Van Gogh per me è come bestemmiare in chiesa.
- In un testo di Carolyn Christov-Bakargiev distribuito alla stampa trovo scritto: "(...) trascorre più tempo di prima ad elaborare i colori RGB (rosso, giallo, blu), quelli dello schermo retroilluminato (...)"




Saputa o insaputa.

Nell'ultimo seminario, tra i più belli che ricordi, abbiamo discettato insieme a lungo, e con una certa profondità, dei concetti di specchio e finestra (Mirrors and Windows). Per poi arrivare a comprendere che entrambi si combinano in gradazioni innumerevoli in ogni fotografia possibile, dall'antitesi più radicale alla fusione più completa.

Sulla scia di quelle considerazioni, e pensando a ripartizioni critiche utili per suddividere il fotografico in attività diverse tra loro, me ne viene in mente un'altra che forse meriterebbe qualche riflessione.

Al di là dei generi, che sono a volte comodi per catalogare o nella didattica, ma finiscono troppo spesso per diventare invece delle gabbie soporifere che producono ripetitive mostruosità monomaniacali, e sempre più sterili, di esperienze e procedure già esaurite in passato, può esistere invece una ripartizione più ampia e flessibile.

La ripartizione tra fotografie sapute e insapute.

Uso apposta questa definizione semidialettale, oggi molto in voga per via delle vicende nazionali che accadono all'insaputa di qualcuno. Desidero difatti che il concetto resti terra terra, pratico, verificabile sul campo da chiunque abbia una fotocamera in mano.

La fotografia saputa è quella nella quale ciò che viene ripreso è stato predisposto, previsto, calcolato, organizzato appositamente prima che le riprese vengano realizzate. C'è nella fotografia quello che il fotografante aveva deciso che ci fosse, fino all'ultimo dettaglio. Esempi classici di questo genere sono: le fotografie pubblicitarie; quelle di architettura e moda su commissione; il ritratto in posa (specie quello in studio, ma non solo); la staged photography, sia nell'informazione sia nell'arte contemporanea e via dicendo.

La fotografia insaputa invece è quella dove viene ripreso ciò che si incontra al momento e tutto è deciso mentre si sta fotografando, senza che vi sia stata preparazione precedente della scena. Esempi di questo genere sono le fotografie di viaggio, di cronaca, di esplorazione urbana, di testimonianza sociale, di ritratto ambientato impostato al volo, ecc. ecc.

Personalmente, da oltre trent'anni pratico, senza averlo fin qui saputo, la fotografia insaputa. Quello che si vede nelle mie fotografie è preso e cotto al momento, senza preparazioni, mentre mi muovo nella vita di tutti i giorni. Questa particolare pratica del fotografico mi diverte, mi distende, sollecita la mia curiosità, mi spinge ad osservare di più, più a lungo, più lentamente e nello stesso tempo mi allena a cogliere con estrema rapidità e sintesi ogni cambiamento, ogni luce. ogni opportunità di ridurre in fotografia l'esperienza che vado facendo. Per poi se sono fortunato trovare dopo, e da trentanni e oltre spero sempre che sia cosi, qualcosa che non avevo visto, previsto, saputo, mentre prendevo quella fotografia. Insomma la fotografia di ciò che non sapevo. Un atto di conoscenza che solo nelle immagini fotografiche può rendersi visibile.




Risorse limitate e attività critica.

Quando le risorse sono limitate è necessaria un'attenta valutazione sul come, quanto e quando disporne. Al contrario quando sono, o sembrano, illimitate non serve fare altro che disporne a piacere.

Un assioma talmente evidente da risultare tautologico.

Il principio della limitazione della risorsa è anche il punto germinale dal quale inizia ogni ragionamento critico su qualsiasi argomento. In sostanza criticare significa prima di tutto analizzare l'impiego delle risorse e valutare se sia congruo o presenti margini di miglioramento. Un'attività critica non è di per se stessa anche propositiva. Individuare le carenze non è difatti automaticamente la ricetta della loro eliminazione. Quando nella critica vi sono anche indicazioni per il superamento dei problemi che si individuano, possiamo parlare di critica costruttiva. Se la critica si riferisce a se stessi, inevitabilmente a posteriori, eccoci arrivati alla autocritica.

Vivere in modo acritico, cioè senza tener conto alcuno di nessuna critica ricevuta e non farsene nemmeno per sogno da soli, è certamente possibile e ritengo anzi che dev'essere pure piacevolissimo. Sarebbe per questo del tutto consigliabile farlo, non foss'altro però che per un piccolo insignificante dettaglio: noi viventi siamo tutti mortali.

Il nostro ciclo vitale è un esempio eclatante di limitazione della risorsa. Non solo il nostro tempo esistenziale è ancora oggi piuttosto breve in linea di previsione. Aumentano gli ottantenni in buona efficienza fisica e mentale, ma ottant'anni rimangono pochini con tutto quello che ci sarebbe da fare e vedere. Per di più questo tempo si distribuisce in modo diseguale: sembra infinito fino all'adolescenza, e la crisi dell'adolescenza è probabilmente legata alla percezione nuova che invece un tempo definito ci sia; sembra tantissimo nella piena gioventù carica di promesse e di tempo per mantenerle; Si riduce a qualcosa di misurabile nella maturità e diventa infine un conto alla rovescia in vista del traguardo finale, durante il quale si misura chi ancora corre con noi e chi ha già abbandonato la gara, in attesa che arrivi anche il nostro turno.

L'esercizio costante della critica è per questo la più vitale delle attività umane. Fa risparmiare tempo, lo fa recuperare, lo distribuisce meglio, aiuta per questo ad usare nel migliore dei modi il tempo della vita, la nostra risorsa limitata per eccellenza. Tranquilli però si può sempre lasciarsi vivere e prendere le cose per come vengono. Buttare via le risorse, meglio se limitate, pare che sia lo sport prediletto dagli umani. Ad immagine di non capisco quale dio.

È troppo vera per essere Giulietta.

C'è una terrificante verità nella fotografia.

Il pittore ordinario si impossessa di una modella piacente, la dipinge così come può, la chiama Giulietta, mette un bel versetto di Shakespeare sotto il suo quadro e l'opera sarà ammirata oltre misura.

Il fotografo trova la stessa bella ragazza, la veste come vuole, la fotografa e la chiama Giulietta, ma in qualche modo la cosa non funziona - è ancora la signorina Wilkins, la sua modella.

È troppo vera per essere Giulietta.


George Bernard Shaw
Wilson's Photographic Magazine, LVI, 1909.

Mirrors and Windows. Il lavoro di Diane Arbus.

Diane Arbus, A young man..., NYC, 1966.
Il lavoro dell'ultima Diane Arbus - come quello dei suoi predecessori preferiti, Brassaï, Bill Brandt e Weegee - dipendeva più dal talento e dal carattere che da una comprensione coerente della fotografia come disciplina tradizionale, e la sua grande opera è stata realizzata entro limiti tecnici e formali ancora più ristretti rispetto a quelli dei suoi eroi. Anche se ampiamente copiato, il suo lavoro non ha fornito un utile modello per la maggior parte di coloro che hanno tentato di emularla.

Dall'introduzione di John Szarkowski al libro
Mirrors and Windows - American Photography since 1960
MoMA, 1978.

Mirrors and Windows. Studiare fotografia.

Gary Beydler, 20 Minutes in April, 1976.

Potrebbe sembrare paradossale che il rapido decadimento delle tradizionali opportunità professionali per i fotografi sia andato di pari passo con una crescita esplosiva nel settore della didattica fotografica, soprattutto nelle università. Da un ragionamento intuitivo, sembrerebbe che nel momento in cui la fotografia cessa di essere un mestiere specializzato (come scolpire la pietra, per esempio) e diventa un sistema universale di annotazione (come la scrittura), sia più facile per il sistema educativo inserirlo in un programma di studi istituzionale.
(...)
Tra il 1964 e il 1967 il numero di College e Università statunitensi che offrivano almeno un corso di fotografia è aumentato da 268 a 440. Un esempio eclatante è quello dell'Università dell'Illinois. Negli anni tra il 1966 e il 1970 il numero di studenti che seguirono un corso di fotografia o cinematografia aumentò da 132 a 4.175. Una crescita di oltre il tremila per cento in quattro anni.

Dall'introduzione di John Szarkowski al libro
Mirrors and Windows - American Photography since 1960
MoMA, 1978.

Qualcosa di italiano negli archivi Magnum.


Fino al 21 maggio prossimo l'Agenzia Magnum propone una selezione di fotografie dei suoi soci defunti e viventi nella sede di Camera -Centro Italiano per la Fotografia. La curatela è di Walter Guadagnini, neo direttore di Camera, e Arianna Visani. Il titolo dell'esposizione è "L'Italia di Magnum".
Già nel 2011, in occasione dei 150 anni dell'Unità d'Italia, ci fu una mostra della Magnum a Palazzo Reale di Torino. Si intitolava "L'Italia e gli italiani". Ne scrissi QUI.


Rispetto all'evento precedente, qui siamo di fronte ad un'edizione molto ridotta. Le sale espositive di Camera, per l'occasione graziosamente differenziate da gradevoli colori alle pareti, contengono 6 Henri Cartier-Bresson, 4 Martin Parr, questi ultimi esposti come grandi plotterate non eccezionali e incollate direttamente sulle pareti, alcune cose di Paolo Pellegrin e Alex Majoli, più altri nomi. Il susseguirsi è cronologico per periodi grosso modo decennali.


C'è persino quello che immagino fosse un commissionato di Ferdinando Scianna a colori dove si può ammirare il Silvio nazionale ai bei tempi della sua fulgida gioventù negli anni Ottanta. Nessuna ironia nelle immagini, proprio un lavoro editoriale celebrativo di quei tempi.


Nell'insieme, mi pare un'occasione perduta. L'Italia non porta bene alla Magnum. Fanno delle fotografie poco convinti e portano a casa la pagnotta al minimo sindacale. Fine. Su queste basi mettere insieme un filo conduttore veramente coerente, e accattivante perché no, diventa davvero difficile. Penso sarebbe stato meglio lasciar perdere l'Italia e proporre invece estratti dalle serie migliori dei singoli autori, ovunque e in qualunque epoca realizzate.


Interessante invece notare il cambiamento negli anni delle mode per quanto riguarda il montaggio delle fotografie. Dalla classica cornice, passepartout e vetro delle origini fino alle pareti intere coperte di fotografie affisse ad imitazione delle affissioni pubblicitarie e delle installazioni di arte contemporanea. Dal rigore al kitsch insomma. Manca tra l'altro uno che in effetti invece qui da noi era riuscito ad andare oltre l'assolvimento di un incarico, scusate "assignment", e si tratta di Josef Koudelka. Peccato.


Per celebrare i 70 anni della più celebre agenzia fotogiornalistica del mondo si poteva osare ben di più. L'idea di mettere per forza solo fotografie prese in Italia risulta svantaggiosa perché le cose migliori i fotografi Magnum le hanno fatte altrove.


Diciamo che se uno è felice possessore dell'Abbonamento Musei Torino Piemonte, che da quest'anno rende gratuito l'ingresso, e si trova da quelle parti con una mezz'oretta di tempo da perdere, un giro nelle sale se lo può anche fare. Venire però a Torino apposta, e pagare il biglietto intero, mi sembrano cose ampiamente risparmiabili.


Tra l'altro, in questo momento in città ci sono anche altre mostre di fotografia. Il mio consiglio è di non perdere tempo e andare alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Non metto il link perché hanno il sito hackerato e quindi non visitabile (magari è colpa di Putin). Lì ci sono davvero fotografie da non perdere. Tra le tantissime altre, anche un ritratto di Marcel Duchamp preso da Cartier-Bresson. Questa sì una vera chicca del miglior HCB.



Le immagini, l'arte, le fotografie.

Ogni tanto c'è da rimettere un poco d'ordine nella soffitta dei concetti con cui ci si balocca. Provo a farlo nella mia.

Le immagini.
Cominciamo da queste cose qui. Cosa siano è dibattuto. Dipende da dove si parte nel considerarle. Oggetti bidimensionali, strutture mentali, sintesi visiva di esperienza e memoria, poco importa. Una cosa sono senz'altro: immagini. Si nutrono di ciò che vediamo e poi magari rivediamo durante il sonno. Non provano nulla, non raccontano nulla, almeno non necessariamente. Esistono. Averci a che fare è come respirare. Si possono rifiutare, o almeno provarci. Gli iconoclasti sono sempre all'opera. Però tornano sempre e vivono in mezzo a noi, che lo si voglia o meno. Hanno loro regole di funzionamento, ma non sono un linguaggio perché non sono veramente codificabili.

L'arte.
Si impara, si mette da parte. L'arte è molte cose che cambiano da un'epoca all'altra. Oggi l'arte è "contemporanea". Praticamente qualsiasi cosa venga in mente di fare è arte purché così sia accettata da un gruppo di riferimento che si chiama "sistema dell'arte". La ridefinizione continua di cosa sia arte è l'oggetto stesso dell'attività artistica. Zu Tano Badalamenti avrebbe detto: "Tu sei nuddo mescato cu' nente!". Ed avrebbe avuto ragione. Il nulla e il niente sono però l'essenza stessa della vita umana. Quindi l'arte tende ad essere la massima espressione di ciò che un umano può provare a pensare della propria vita. Difatti da qualche tempo l'arte è in fondo una specie di filosofia applicata.

Le fotografie.
Sono immagini "speciali". Le produce una macchina. Si formano per l'azione della luce che passa attraverso un apparato ottico, foss'anche solo un foro, per un tempo adeguato e rimangono visibili grazie a tecniche chimiche o elettroniche. Le immagini fotografiche non si fanno, si prendono. Le fa la macchina. Gli umani possono portare la macchina dove vogliono, giocare con i suoi risultati quanto vogliono, ma sempre da quello che la macchina consegna loro devono partire. Sono immagini quindi non umane, non sono nemmeno delle immagini secondo quelli che d'abitudine se le fanno a mano. Ma invece lo sono ed oggi sono le immagini più diffuse e tutto il mondo ne è avvolto, duplicato, moltiplicato persino. I fotografi sono gli apprendisti stregoni di una magia che spesso nemmeno capiscono.

Le immagini e le fotografie possono essere arte ma non necessariamente. L'arte può sostanziarsi come immagine o come fotografia (spesso usata come anti-pittura), ma non necessariamente.

Un poco d'ordine forse l'ho fatto. Chiudo la soffitta e vado a darmi una lavata alle sinapsi.

Dalla storia allo storytelling.

Questo è un pensiero più generale, ma riguarda anche il piccolo mondo del fotografico. Anzi, la riflessione nasce proprio da lì.

Di recente, in vario modo, ho preso atto dell'esistenza di molte narrazioni sulla storia della fotografia, o delle fotografie se volete, e fin qui nulla di male. Ognuno è ben libero di raccontare cosa vuole di qualsiasi cosa. Il problema nasce, secondo me, quando la narrazione, per avvalorarsi come credibile, usa delle tecniche precise. Una di quelle che trovo particolarmente insopportabile è l'omissione. Escludere dal racconto gli episodi scomodi, quelli che metterebbero in crisi le tesi sostenute dal narrante, è un atto di disonestà intellettuale, se fatto in modo consapevole, o di ignoranza specifica sul tema di cui si narra. Ritengo difatti che qualsiasi sia la propria tesi, essa vada sostenuta nella conoscenza comune degli aspetti basilari, storici. Almeno quelli proprio incontestabili, comunque la si pensi.

Il problema è proprio questo, elementare in apparenza, ma in realtà sempre più diffuso in modo virale. La storia, come disciplina di studio e quindi di conoscenza fondamentale su cui si basa la memoria collettiva di una comunità, è sempre più tralasciata a favore delle storie, che ciascuno si inventa come meglio crede. Si scende quindi da un piano scientifico, sul quale è possibile un confronto tra studiosi e cultori della materia, a quello maggioritario basato sulla forza di diffusione di una credenza su di un'altra. Piano nel quale tutto si livella in una paludosa parità di opinione. Questa, che per me è una degenerazione civile ed etica, è la strada maestra per il ritorno ad una nuova barbarie culturale di massa.

Il lato più oscuro del tutto, mi appare quando a contribuire nell'affossamento sono proprio le stesse figure che dovrebbero invece impedirlo. Studiosi, curatori, critici, cultori, protagonisti delle vicende.  Sempre più spesso mostre, eventi, testi, interventi sono fatti in piena libertà fiduciosi nel fatto che nessuna voce critica si leverà per contraddire. Anzi, la fiducia nell'indifferenza è tale che quando quella voce raramente si ode, viene accolta con malanimo, come frutto di dispetto e magari pure invidia, senza comprendere che invece è la voce della speranza nella ragionevolezza dell'intelletto.

Non c'è comunque da preoccuparsi, quella voce a forza di alzarsi nel deserto delle coscienze perirà per afonia lasciando liberi gli storyteller di cantarsela e suonarsela a piacimento. 



Che schermo grande che hai...

Siamo ormai vicini al capovolgimento di una consuetudine che ha accompagnato Internet fin dalle sue origini.

Fino ad ora, per usare i file fotografici sul web si facevano delle riduzioni dalla loro dimensione nativa. Questo avveniva per due motivi: rendere più rapido il caricamento delle pagine dei siti e ridurre il rischio di un uso illecito delle fotografie per stampe su carta.

Per lunghi anni i formati VGA (640x480 pixel), SVGA (800x600) e XGA (1024x768) furono gli standard della rete. Poi arrivarono monitor più grandi e televisori a grande schermo. Di conseguenza lo standard aumentò: HD (1280x720) e HD FULL (1920x1080).

Fino a questo punto, scaricando una fotografia HD FULL, si potevano ottenere stampe su carta grandi come cartoline (10x15cm o poco più). L'eventuale illecito era quindi contenuto in dimensioni ridotte. Ora però stanno arrivando gli standard 4K (3840x2160) e a seguire 8K (7680x4320). Questo significa che una stampa su carta potrà arrivare ad essere di 20x30cm  o addirittura 40x60cm!

Ne deriva che pubblicare sul web file 4K oppure peggio 8K equivarrà sempre di più, in termini antichi, a dar via gratis i propri negativi. Un evento straordinario che metterà i fotografi di fronte alla scelta di regalare definitivamente il proprio lavoro o tenerselo negli hard disk.

Penso che la novità tecnologica sia anche indice di un definitivo cambiamento di status del fotografico da oggetto a flusso. La carta, l'oggetto, si ridurrà sempre di più a nicchia ecologica per appassionati, e la rete, il flusso, sarà il definitivo luogo primario di fruizione del fotografico. Anche per mostre ed eventi. Grandi monitor ci aspettano ovunque.

I fotografi che usavano il web per ottenere visibilità, dovranno cominciare a farsi pagare la loro presenza sui siti della rete o rassegnarsi allo sfruttamento cinico di coloro che quei siti li gestiscono per il proprio tornaconto economico. In pratica, per far conoscere il proprio lavoro sarà meglio pubblicarlo su carta invece di diffonderlo sulla rete. Il contrario esatto di ciò che si è fatto fino ad oggi.

Cappuccetto rosso "photographer", svegliati prima che il lupo ti mangi...