La fotografia diretta e la memoria.


Una relazione speciale tra immagine e osservazione umana si stabilisce da sempre per mezzo di quella che si chiama fotografia diretta, in inglese Straight Photography. Alla radice di questo fenomeno c'è l'istintualità, la necessità di reagire con immediatezza a qualcosa che sollecita l'attenzione. Il gesto, sempre meno ostacolato dal congegno, è quello di prendere una fotografia, o un breve video, di qualcosa che si desidera trattenere nel tempo e trasferire nello spazio, almeno come immagine, anche in movimento e persino sonorizzata.

Il senso di questo gesto è però tutto da valutare. La sepoltura nel cassetto, un tempo, e nelle memorie virtuali, oggi, di un'oceano d'immagini che non saranno mai più riviste da chi le ha prese è l'indizio di una patologia. Prendere delle fotografie di ciò che ci interessa al momento fa parte anche dei gesti scaramantici, dei rituali ossessivi, quasi uno scongiuro, una richiesta inconscia di restare in vita. Fotografo dunque sono vivo. Poco importa ripercorrere l'accumulo delle fotografie prese. Anzi, la forma migliore d'uso di questa massa dimenticabile d'immagini è proprio l'oblio. Fotografare per dimenticare. L'assenza di memoria nella speranza di continuare a ripetere gesti abitudinari come se fosse la prima volta. L'età dell'Alzheimer di massa, del qui e ora senza un prima e nemmeno un dopo. Una forma di felicità per assenza che la fotografia diretta può provocare e provoca in molte persone.

Non basta quindi reagire d'impulso agli stimoli sensoriali se poi non subentra una fase critica e di studio su ciò che si preso durante l'azione. L'ordinamento secondo ipotesi, temi, linee di pensiero è la premessa per trattenere qualcosa di meritevole di essere ricordato e persino di una sua diffusione pubblica. Non il mitico "progetto", oggi troppo sopravvalutato a scapito della qualità visiva, ma proprio l'idea che ciò che rimane presente, ciò che si ricorda, alla fine non è tutto, non è nemmeno una sintesi del tutto, ma una scintilla, qualcosa che ha trovato una sua forma compiuta e finisce per rimanere nella mente. A volte per sempre.


Essere fotografi o essere artisti?


Giusto ieri ad un incontro istituzionale riservato ad operatori del settore fotografico piemontese, una voce autorevole ha posto per l'ennesima volta la famosa domanda da un milione di dollari: "come si decide se sei un fotografo o sei un artista?".

Al di là del fatto contingente, la questione ha delle conseguenze estremamente concrete. Se sei un fotografo il massimo che ti può capitare è di venire riconosciuto come autore di rilievo nazionale, o persino internazionale, ma con un'orizzonte economico vicino a quello professionale di settore. Se invece sei un artista la musica è un'altra. Cambia il contesto in cui il tuo lavoro verrà inserito, il mercato in cui verrà scambiato e la dimensione economica potenziale a cui potrai sperare di arrivare.

Risulta evidente che, secondo il principio lapalissiano più classico, è molto meglio essere artisti che fotografi. Almeno in linea teorica. Nella pratica, la crescita esponenziale dell'offerta di artisti attivi nel mercato dell'arte degli ultimi anni ha già raggiunto una saturazione tale da lasciare davvero ben poche speranze di raggiungere il grande riconoscimento, e la conseguente quotazione elevata, se non ad una ristrettissima élite di soliti noti, molto ben sponsorizzati dagli attori forti del mercato, sia pubblici sia privati.

Direi quindi che la questione soldi può venire serenamente tolta di mezzo. Guadagna di più, e con maggiore costanza, un abile professionista di settore che non la pletora di aspiranti artisti, accecati da una vanità mal riposta che li porta a sacrificare molto tempo e molto denaro in cambio di qualche visibilità più o meno prestigiosa  e della relativa patente "da artista".

Tornando alla domanda fatidica, allora una risposta possibile, può essere che sei un fotografo se innanzitutto ti preoccupi delle fotografie, le tue e quelle degli altri. Se il centro del tuo pensare ed agire è volto alla conoscenza ed alla pratica del fotografico, al di là e ben prima di ogni sua eventuale ricaduta utilitaria per altre esigenze culturali, sociali ed economiche. Per dirla alla giovanile, sei un fotografo se sei un nerd che mangia pane e fotografie H24, 7 giorni su 7. Se invece metti la stessa energia e lo stesso impegno nell'ideare forme di esperienza estetica che potranno magari anche essere veicolate con il mezzo fotografico, ma non solo e non necessariamente, allora più facilmente sei un artista. Ora fatevi la domanda e datevi la risposta.



Arbus, Friedlander, Winogrand.



Torino, sabato 16 dicembre 2017.

Ore 10
Il seminario proporrà un'analisi di New Documents, una fondamentale esposizione di fotografia aperta al Museum of Modern Art di New York nel 1967, a cura di John Szarkowski. Vi erano esposti tre giovani americani divenuti poi di grande rilievo internazionale: Diane Arbus, Lee Friedlander e Garry Winogrand. L'impatto della mostra fu così notevole da influenzare per generazioni, fino ai nostri giorni, non solo il corso della fotografia d'autore, ma più in generale anche quello delle arti visive e del cinema.

Ore 13
Pausa pranzo.

Ore 14
Ripresa del seminario, discussione
e conclusioni entro le ore 17.



DOCENTE:
Fulvio Bortolozzo


DOVE:
Studio Bild
Via Cesare Lombroso 20/A, Torino.
(Metro: Marconi)

INFO E ISCRIZIONI:
Fulvio Bortolozzo
borful@gmail.com

CALENDARIO DEI PROSSIMI
SEMINARI DI QUESTO CICLO

5. Torino, 10 febbraio 2018.

6. Torino, 10 marzo 2018.

7. Torino, 14 aprile 2018.

8. Torino, 19 maggio 2018.



NOTIZIE UTILI

TRENO
Studio Bild è a 15 minuti a piedi dalla stazione ferroviaria di Porta Nuova e a 10 minuti dalla fermata della metro Marconi. Chi dovesse arrivare da Porta Susa deve prendere la Metro in direzione Lingotto.

PARCHEGGIO
Nei dintorni dello Studio Bild (zona San Salvario) il parcheggio è a pagamento. 1,50€ all'ora dalle 9:00 fino alle 19:00 di sera tranne i festivi; 10€ forfait giornaliero.

REST 12.


REST 12
BRIATTA FIORIELLO GIANNOTTA
GUZZARDI PUGLISI RAFFINI

REST è una rivista On Demand di fotografie senza parole.
I fotografi selezionati per REST realizzano serialità con immagini interessanti.
REST cambia la priorità. La percezione visiva è la prima forma di conoscenza: istintiva, pre-verbale. Se avete bisogno delle parole chiedete direttamente ai fotografi.
REST pensa: se un'immagine non funziona, centinaia, migliaia o milioni di parole non potranno salvarla.

REST
is
an On Demand photographic magazine without words.
The photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.
REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.
REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.


Uscite precedenti.
Previous issues.

REST 11
AMABILI CAPELLO CATALANO
FERRARA LORUSSO ZANNI

REST 10
ANARSON BELLINO EVANS FAVA
GIORDANO MAZZESI MORETTI ZANNI


REST 26/02/2017
ARMENTANO BELLONI CIPOLLINA
MAZZEI RIGAMONTI ZANINI

REST 21/12/2016
CASETTA CORRADI GRASSO
PARAGGIO ROMUSSI TILIO

REST 26/11/2016
SHOW EDITION
CREAZZO FUSCO LOMBARDO
MINERVINI QUIRINI RADO


REST 13/10/2016
LAB EDITION
CAVICCHIO GIORGI MORETTI

REST 01/08/2016
BORRELLI GALLO HERIN
PALADINI RIGOLLI VERGANO


REST 27/05/2016
FUSCO MENARELLO MORETTI

PISANI STOCCHI VITTORI

REST 29/02/2016
ALTERO-VINO CRAVERO DI FONZO
DI LEO LOMBARDO MASSA MICON


REST 13/12/2015
CREAZZO GHIO LABELLARTE
MINERVINI MONI TONOLLI


REST 09/08/2015
ARMENTANO GIACOBINO
GIANNOTTA QUIRINI RADO






REST, ©2015-2017 Fulvio Bortolozzo.
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Onestà, fortuna, intelligenza.


L'onestà, qualità morale di cui tanto ci si riempie la bocca oggi, è forse la più grande menzogna mai concepita da mente umana. Dare valore ad un comportamento sincero, leale e trasparente come se fosse la soluzione di ogni problema costituisce un paradossale abbaglio. Si può onestamente non capire nulla di qualcosa, si può anche onestamente ammetterlo, ma non per questo si diventa titolati ad occuparsene. Il principio di competenza rimane ineludibile. La competenza si matura nell'esperienza sorretta dall'intelligenza, dalla capacità cioè di apprendere. Dote innata, migliorabile con l'istruzione, ma non elargibile a piacere a chicchessia. L'onestà si può insegnare, anche imporre, l'intelligenza no.

Napoleone individuava una terza componente indispensabile: la fortuna. Ad un generale intelligente ne preferiva uno fortunato. La fortuna però non si possiede, ma ci possiede e a divorziare da noi è sempre essa, in genere quando meno te lo aspetti. L'intelligenza pone parziale rimedio anche a questo. Ti aiuta a capire quando sta per cambiare il vento e ti consente di diminuire il danno invece di esserne travolto.

In sostanza, l'intelligenza precede l'onestà e la fortuna perché non può essere imposta e nemmeno può essere perduta all'improvviso. Fa parte di noi, nella misura in cui ci è stata consegnata durante la procreazione e l'abbiamo aiutata a svilupparsi, proteggendola dalle insidie sociali e morali da cui è sempre perseguitata. Imparare quale sia la nostra intelligenza è però fondamentale per non pretendere troppo, per non esporsi ad avventure che la superino voltandola nel suo opposto: la stupidità. Sfidare la propria intelligenza è il modo per capirlo. Accettarne i limiti è per questo la sua massima manifestazione.

L'intelligenza è la vera insostituibile risorsa di cui si ha necessità ormai in ogni luogo e attività. Scarseggia, più dell'acqua nel deserto. La poca che circola, e in modo diseguale, viene dispersa. Troppe volte per l'ostile contrasto portato dall'onestà degli incompetenti, altre per la fortuna troppo avversa.

Ridare il primato all'intelligenza, imparare a riconoscerla ed apprezzarla a cominciare da noi stessi, questo serve quasi più dell'aria che respiriamo L'alleanza delle intelligenze può far crescere l'intelligenza collettiva. Può arginare il successo di quegli onesti che lo sono solo per i limiti della loro stupidità. Può anche disvelare le ipocrisie degli intelligenti volti al male del prossimo per il bene loro.

Lo so, già scrivere queste cose non è poi così intelligente. So di non esserlo quanto vorrei, ma so anche che senza almeno un poco di intelligenza non c'è sopravvivenza, per quanto si possa essere onesti e fortunati.  Quindi  me lo scrivo qui, a mia futura memoria.



REST QUEST: Vito Bellino.

©2011 Vito Bellino, dalla serie Ling8.

Come si intitola la serie pubblicata su REST e di quante immagini è composta?
La serie si chiama Ling8 ed è composta da una selezione di 16 immagini.

Quali intenzioni ti hanno guidato nell'impostazione della serie?
L'idea è nata durante un congresso di lavoro tenutosi a Torino proprio presso il Lingotto che mi ha "forzato" alla sua frequentazione quotidiana. L'intera struttura, imponente e carica di storia, ha sempre esercitato un certo fascino su di me per cui volevo mettere a fuoco un punto di interesse cercando di coglierne un suo aspetto rappresentativo.
Ho trovato molto interessanti le sue facciate e la serialità delle finestre, ma ancor di più il mondo interno che lasciavano intravedere. Infatti il legame tra l'aspetto architettonico, caratteristico della sua
epoca e della sua storia (la serialità e serio grigiore della catena di montaggio), e gli ambienti interni, attualmente riconvertiti e destinati agli usi più disparati, ben rappresentavano la storia non solo della
fabbrica, ma erano anche sintomatici della trasformazione e riutilizzo dei luoghi.

Quali procedure di ripresa e post produzione hai seguito?
Non avendo a disposizione un obiettivo decentrabile, ho scattato le fotografie dalla strada, cercando di mantenere la fotocamera in bolla orizzontale centrando l'inquadratura sulla finestra che mi interessava. In
post produzione ho agito sulla modifica della prospettiva e su minimi interventi di ombre, contrasto e colore, oltre che una ricomposizione dell'inquadratura per uniformarne il formato.

Qual è in breve la tua storia nel fotografico?
Fotografo per pura passione, per approfondire la conoscenza di aspetti che mi incuriosiscono. Questo implica un certo tempo necessario per entrare in sintonia con il soggetto, cercando di coglierne non solo gli aspetti più evidenti ed estetici. Ho seguito vari workshop, alcuni dei quali fondamentali sia per l'approccio
fotografico sia per la possibilità di conoscere fotografi e docenti bravissimi (Luca Andreoni, Francesco Jodice, Vincenzo Castella, Martin Kollar).
Tra i progetti passati c'è : Un paesaggio sospeso. Borgo Taccone, architettura rurale della riforma fondiaria
In seguito alla vittoria di un concorso dell'Alliance Francaise di Bari sul tema del gioco, ho avuto l'opportunità di esporre le fotografie del progetto Futbol, dove la raffigurazione dei campi e campetti di calcio era un pretesto, un metodo, per rappresentare la città di Bari.
Per la ex Provincia di Bari ho collaborato ad un progetto fotografico sui ponti di pietra di epoca Romana in Puglia.
Nel 2014, insieme a Dalila Ditroilo e Antonio Maria Fantetti, è iniziato un progetto sul fiume Tara in Puglia, costituendo per l'occasione, il COLLETTIVO DAV. Lo sviluppo, durato 2 anni e concretizzatosi nel 2016 con la pubblicazione del libro Tara il fiume dei miracoli, è stata una bellissima esperienza che ha permesso di scoprire l'aspetto paesaggistico e umano che gravita intorno ad un piccolissimo fiume a ridosso dell'acciaieria ILVA di Taranto.

A cosa stai lavorando adesso?
Sono ancora molto impegnato nella diffusione del libro che, essendo autoprodotto,  richiede attenzione, fortunatamente ricompensata da ampie soddisfazioni. Personalmente invece, sto conducendo dei progetti a lungo termine (spero non troppo, tempo permettendo) rispettivamente sulle fortificazioni della Seconda
Guerra Mondiale e sulle infrastrutture idriche della Calabria e sul loro rapporto con l'ambiente.

Vuoi aggiungere ancora qualcosa?
Poter continuare a coltivare e fare fotografia con passione, confronto e condivisione. Ma mi sa che questa è un'altra storia.


REST 10
ANARSON BELLINO EVANS FAVA
GIORDANO MAZZESI MORETTI ZANNI




Per trovare nel blog le altre interviste di questa serie,
digitare REST QUEST nella casella di ricerca.


L'autore, no l'opera, anzi no, l'autore.


Ci fu un tempo in cui l'Autore, con la "A" maiuscola fu sacro. Demiurgo, genio, origine di tutto. L'adorazione dell'Autore produsse mostri. Sembrava che l'opera fosse quasi marginale, specchio, inadeguato persino, dell'unica cosa che importava veramente: l'Autore e la sua adorazione da parte dei fedelissimi.

Oggi invece il pendolo della storia oscilla all'inverso. L'autore conta poco o nulla (tutti in fondo siamo autori), quasi inutile parlarne, potrebbe persino non esistere proprio, ridotto a mero funzionario dell'unica cosa che importa davvero adorare: l'opera. Ognuno se la può così adorare come crede e riunirsi nella liturgia social con i fedeli di quella particolare confessione, diversa e in perenne lotta con le altre. Non essendo più l'autore al centro, il vuoto viene riempito da coloro che "interpretano" la sua opera: critici, curatori, divulgatori, commessi viaggiatori della cultura un tanto al chilo. E nuove confessioni e tanti nuovi fedeli.

Bene, conservo nonostante tutto l'idea che l'autore, con la "a" minuscola sia all'origine, l'essenza di tutto. Lo stesso mercato residuale delle sue opere vive, non solo nei bassifondi, proprio della vanità autoreferenziale dell'autore. Se non ci fossero autori disposti a spendere soldi e vita per le loro opere, per farle conoscere, per vederle riconosciute in qualche modo, di cosa mai camperebbero "gli addetti ai lavori"?

Per questo motivo, penso che si debba rispetto agli autori. Dare loro occasione di continuare a produrre opere, e non solo "visibilità" o pacche sulle spalle, viatici della buona morte a cui prima o poi vengono condotti. Gli autori hanno disperato bisogno di supporto e alleati. Istituzioni, operatori culturali, mercato, collezionisti, ognuno è necessario che faccia la sua parte per sostenerli concretamente, smettendo di depredarli continuamente per poi sostituirli con i prossimi polli da spennare in un ciclo produttivo senza fine che sostiene solo chi lo controlla.

Le opere non nascono mai dal nulla. Finiti gli autori, finito il mondo. Amen.



REST QUEST: Michele Vittori.



©2012 Michele Vittori, dalla serie China Cities.

Come si intitola la serie pubblicata su REST e di quante immagini è composta?
La serie pubblicata su Rest si intitola China cities ed è composta da un corpo di 30 immagini

Quali intenzioni ti hanno guidato nell'impostazione della serie?
La serie nasce dall’esplorazione del nord della Cina con un viaggio partito dalla capitale, Pechino.  Considero questo lavoro uno spartiacque nel mio approccio alla fotografia dove per la prima volta ho voluto concentrare il mio interesse sul rapporto tra l’uomo e i luoghi che abita.

Quali procedure di ripresa e post produzione hai seguito?
Lavoro in digitale e non seguo particolari procedure in post per alterare lo scatto, cerco di valorizzare la composizione per arrivare ad una visione personale coerente.

Qual è in breve la tua storia nel fotografico?
Inizio con la fotografia a 27 anni, seguendo diversi corsi che inizialmente mi portano a fotografare con un approccio piu fotogiornalistico; nel tempo la conoscenza di grandi autori di paesaggio da Stephen Shore e William Eggleston fino alla Scuola di paesaggio italiana degli anni '80 con Luigi Ghirri, Guido Guidi e Olivo Barbieri hanno profondamente cambiato il mio approccio al fotografico.

A cosa stai lavorando adesso?
Ho concluso da poco una serie sul Monte Terminillo che fa parte di un lavoro collettivo  “Limine”, curato da Massimo Siragusa in fase di pubblicazione. Inoltre sto ultimando una serie sulla mia provincia e una sulla Sicilia.

Vuoi aggiungere ancora qualcosa?
Ringrazio Fulvio per l’opportunità di pubblicare su REST, un bel progetto al quale partecipano molti buoni fotografi, alcuni diventati amici.


REST 27/05/2016
FUSCO MENARELLO MORETTI

PISANI STOCCHI VITTORI


Per trovare nel blog le altre interviste di questa serie,
digitare REST QUEST nella casella di ricerca.


FLASHBACK, desueti si nasce.


Ebbi già modo di definire Flashback come un'oasi nella settimanissima torinesissima di Artissima. Da quest'anno la fiera ospitata al Pala Alpitour è qualcosa di più e di meglio ancora: è desueta. Cioè riesce ad infrangere la barriera spazio-temporale istituita dagli estenuati adepti della fede in Marcel Duchamp e compie davvero il suo "ritorno al futuro". La libertà, la gioia, non solo visiva, di trovarsi in un luogo dove poter spaziare dall'antichità all'oggi sempre seguendo un unico filo rosso fatto di qualità formale, oggettuale, concettuale. Liberi da obblighi che non siano quelli del nostro esclusivo piacere sinestetico. Accorrete! Chiude domani. Se poi volete comunque farvi un poco di male, sappiate che domani alle 15 mi ritroverete tra i piedi. Farò parte di un interessante dialogo (Sparring Partner Art) con persone davvero competenti sul tema dell'arte e della sua comunicazione in vari modi e ruoli. Vi aspetto, meglio se numerosi, intanto ecco alcune immagini dall'inaugurazione di giovedì scorso.