REST QUEST: Carlo Corradi.

Con questa prima REST QUEST a Carlo Corradi inizia la pubblicazione sul blog delle parole che sono state volutamente escluse dalla rivista REST per far tornare i guardanti a concentrarsi sulle iconografie, prima di ogni altra cosa.
Agli autori fin qui pubblicati, e a quelli che lo saranno, vengono poste alcune domande, sempre le stesse. Le risposte possono dare modo a chi vorrà leggerle di avvicinarsi alle motivazioni e alle procedure delle serie fotografiche. Buona lettura.


©2014-2016 Carlo Corradi (dettaglio)

Come si intitola la serie pubblicata su REST e di quante immagini è composta?
Si intitola IOE (acronimo di Input Output Exception) ed è una serie composta di circa 30 immagini.In realtà si tratta di una serie ancora aperta che è attiva circa dal 2014.

Quali intenzioni ti hanno guidato nell'impostazione della serie?
Volevo fare ritratti dei turisti che affollano Milano e la curiosità mi ha portato ad indagare sull'atteggiamento quasi di estasi che i soggetti mostrano quando fotografano con i loro cellulari.Quindi ho pensato che un luogo sacro sarebbe stato perfetto per ambientare questi ritratti "estatici".

Quali procedure di ripresa e post produzione hai seguito?
Di solito fotografo con una macchina digitale a cui impongo forti sottoesposizioni e causo molto stress al sensore. Infatti quando controllo la foto appena fatta sul display posteriore l'immagine è talmente sottoesposta e scura che riesco a malapena a controllare la composizione. Questa indeterminatezza del risultato però è divertente e fa parte del processo creativo. Una volta in camera chiara, non applico filtri digitali nè miglioramenti all'immagine, come ad esempio la rimozione del rumore o delle macchie lasciate dalla polvere sul sensore, ma semplicemente mi piace far riemergere l'immagine incrementando la luminosità del file e mettendo se possibile enfasi proprio sui difetti naturali dell'immagine.

Qual è in breve la tua storia nel fotografico?
Ho iniziato relativamente tardi a fotografare perchè infatti fino ai 25 anni (ora ne ho 48) ero dedito alla pittura. Poi i miei studi di Ingegneria hanno influenzato molto la mia curiosità verso le nuove tecnologie e mi sono accostato alla fotografia.
Con l'avvento della fotografia digitale ho poi cercato un linguaggio originale che permettesse di vedere le cose a modo mio, attraverso il 'medium'.
Penso che sia importante esplorare e conoscere l'espressività del 'medium', in fondo anche noi siamo 'medium' di qualcosa o di qualcun altro.

A cosa stai lavorando adesso?
Ad un libro fotografico ispirato ad un racconto di Philip Dick, ma che è in effetti una riflessione sulla vita dei miei figli.

Vuoi aggiungere ancora qualcosa?
...mmhh . No.



REST 21/12/2016
CASETTA CORRADI GRASSO
PARAGGIO ROMUSSI TILIO


Guardare le fotografie per quello che sono.

Di recente nella cronaca italiana è apparsa la fotografia di un poliziotto in tenuta antisommossa che tiene tra le mani la testa di una donna africana in evidente stato di sofferenza. La fotografia è stata diffusa come simbolo dell'animo gentile, si scrive di "carezza", di un poliziotto verso coloro che ha l'ordine di reprimere. Altre fotografie prese quel giorno mostrano gli stessi protagonisti, ma qui il poliziotto ha il braccio alzato, come a intimare duramente alla donna di andarsene.

Questo è solo un caso, ma vale per qualsiasi fotografia, quando si tenta di legarne il senso alla cronaca di un evento. Nessuna fotografia è in grado di dimostrare nulla. Non è nel potere di un'immagine prelevata durante un certo tempo di esposizione. Essa si limita a descrivere nel suo limitato sistema tecnologico ciò che sta davanti all'obiettivo per un tempo dato e basta.

Tornando all'esempio d'apertura del post, quella fotografia ci descrive, da un preciso punto di vista e nei limiti di quanto la focale, il tempo d'esposizione e la luce del momento potevano consentire, come sembra un essere umano vestito da poliziotto antisommossa nel 2017 a Roma; come sembra una donna dell'Africa orientale nel 2017 a Roma. Geotaggando la fotografia possiamo essere più precisi ancora: come sembrano quel giorno, a quell'ora in quel luogo. Andare oltre ed attribuire simboli, senso, motivazioni, significati, vuol dire non comprendere che si sta guardando una fotografia e pensare di poterla guardare come fosse un dipinto, un'illustrazione, un'immagine tradizionale, frutto della volontà e delle idee di un preciso essere umano che di quell'immagine ha deciso e realizzato ogni suo dettaglio.

Forse a quasi ormai due secoli dalla loro comparsa nel mondo delle immagini, si potrebbe pure iniziare a guardare le fotografie per quello che sono.

Bisogna prendere e sprecare tempo.

"Ho imparato molto dai fotografi, prima di tutto la modestia. Lo stare ore a guardare qualcosa. A un certo momento mi è venuto proprio un rigetto nei confronti dei letterati, i quali portano con sé questa tradizione falso-umanistica del dire le grosse frasi, dell’usare i grossi aggettivi. Tutte cose che ho sempre aborrito. Quando ho iniziato a collaborare con Ghirri, Basilico, Barbieri e tanti altri fotografi, e insieme abbiamo realizzato il libro sulla Val Padana, ho scoperto un modo di lavorare diverso, che non si concentrava tanto sulla precisione del fatto in sé, quanto sul tempo dedicato all’osservazione, alla proiezione immaginativa sulla cosa vista. Non a caso gli eroi di Luigi Ghirri erano i personaggi dei quadri di Friedrich, con la schiena voltata, intenti a contemplare qualche misteriosa lontananza. Allo stesso modo, per scrivere bisogna prendere e sprecare tempo, ozio. Ecco, quello l’ho imparato da loro".

Gianni Celati


Dall'intervista di Alessandro Bottelli: "Troppi scrittori senz'anima", 2007.


Fotografie nel box.

C'è una curiosa affinità tra la lingua inglese e le fotografie: entrambe sono fortemente contestuali. Per esempio, in inglese il termine "box" è talmente aperto e indeterminato da prestarsi a significati molto diversi sia associandolo con altri termini, sia a seconda dell'ambito in cui viene usato. Così capita alle fotografie che a seconda dell'associazione con altre forme espressive (parole e musica in primis) o degli ambiti in cui vengono viste, cambiano anche totalmente di senso. Forse sta anche in questo aspetto lo straordinario successo globale delle fotografie, come della lingua inglese: in apparenza sono quasi troppo elementari e invece sono estremamente adatte per usi sempre diversi ed innovativi.

La libertà di vivere.

Sta cambiando rapidamente la sensibilità verso ciò che può offendere. Forse a causa della televisione degli anni Ottanta Novanta prima e della rete Internet oggi, sempre più spesso l'espressione coincide con la sua spettacolarizzazione e quindi il pensiero si fa immediatamente azione, offensiva a volte o percepita come tale.

La fotografia ha certamente parte in tutto questo perché l'immagine automatica e le sue derivazioni audiovisive trasferiscono le azioni dal piano dell'esperienza diretta a quello dell'esperienza mediata. Oltre a questo, va considerato il fattore tempo. La parola scritta sulla carta è per sua natura non sincronica come invece quella parlata. La parola detta in televisione o scritta sulla rete recupera invece molta della sincronia del parlato ridotto però ad una forma che espone ad equivoci, fraintendimenti e quindi provoca facilmente reazioni  istintive invece che razionali.

In questo scenario complesso l'offesa aumenta di intensità perché si riducono eccessivamente gli spazi di compensazione della vita reale. Gesti, aggiustamenti del discorso, interventi pacificatori, tutta una serie di azioni che possono evitare di far arrivare l'offesa fino a produrre una ritorsione risultano impediti, quando non persino impossibili. Ecco perché i social network, strumento quanto mai utile e oggi davvero indispensabile, finiscono troppo spesso per degradarsi e divengono "asocial network", ricettacoli di ogni fragilità esibita nella peggiore delle maniere.

Una difesa da tutto questo penso possa stare nel recupero di distanza, nell'accettazione che tutto ciò che scorre davanti a noi non è necessariamente di nostra competenza e non richiede un nostro immediato intervento. La distanza, la riflessione e, aggiungo, una certa riservatezza personale, aiutano a restituire equilibrio alla comunicazione. Soprattutto però aiuta la consapevolezza che le diversità di pensiero e azione non possono essere impedite perché ci offendono. Esistere non può costituire offesa per gli altri. Diversamente ogni integralismo troverà negli spazi mediali tutta la legna che gli serve per bruciare la libertà di pensiero e di critica. La libertà di vivere alla fin fine.