Luigi e il bambino.

Ieri ho partecipato al battesimo di un bambino di quasi nove mesi. Per ora ha passato più vita nella sua mamma che fuori, nel mondo. Lì attorno c'erano dei campi arati e dei germogli verdi, teneri. Linee, luce, controluce e nuvole leggere. Casolari sui bordi e in lontananza. A quel punto è arrivato un amico che non ho mai incontrato di persona, ma che mi tiene compagnia da oltre trent'anni. Io pensavo al bambino e lui mi indicava i campi. Già, come al solito, aveva ragione lui. Quei germogli, quelle foglioline, quella luce primaverile, promettente, ma anche inquieta. Freschezza e calore. Il bambino era accoccolato tra i germogli e con loro prendeva il primo sole della sua primavera, la prima davvero. Ora lo vedevo. Questo sa fare un amico con la fotocamera in mano che gira per nel mondo anche per te. Grazie Luigi, continua a indicarmi dove scorre la vita; lì dove sembra che ci siano solo dei campi, ma invece c'è anche il volto sorridente di un bambino che aspetta di essere visto, capito e aiutato a crescere.

Visioni straniere a Torino.

Vesna Bursich, "Shame", 2015, olio su lino. (dettaglio)

Fino al 30 giugno 2017 nella neonata galleria torinese d'arte contemporanea Panta Rei, sarà visitabile la mostra collettiva Pass-ports a cura di Edmondo Bertaina.


La mostra riunisce otto artisti stranieri selezionati secondo criteri qualitativi dal curatore, con l'unica precondizione che fossero residenti stabilmente in Piemonte almeno da un certo tempo.

Vesna Bursich, "Shame", 2015, olio su lino. (dettaglio)

L'idea di fondo è che la scelta di un luogo per vivere e lavorare sia dettata anche da considerazioni intime, di affinità elettiva. Nel caso di un artista, questa affinità diventa essenziale per la sua opera. I luoghi, e le persone che li abitano, sono difatti gli attivatori primari del gesto che diventerà opera. Rispecchiamento di sensibilità, rimescolamento di sensazioni e pensieri, i luoghi sono l'inevitabile teatro dell'esistere.



Gli otto artisti in mostra declinano la loro presenza piemontese evitando ogni banalità descrittiva e localistica. L'influsso di questo territorio è interamente insito in un certo rigore della ricerca e nella predisposizione a mettere in atto meccanismi figurativi complessi, ma al tempo stesso meravigliosamente equilibrati. Una terra questa che sembra favorire l'analisi attenta, la riflessione prolungata al di là delle prime impressioni emotive.

Julien Cachki, "Webcam Times Square NYC 3 days ago", 2015. (dettaglio)

Per la mia sensibilità, e inclinazione di studio e lavoro, sono rimasto attratto dalle opere di Vesna Bursich (Croazia) e Julien Cachki (Francia). Entrambi giocano con il fotografico inserendolo come struttura interna del loro lavoro pittorico. Il secondo, per la  verità, mi è stato spiegato nella sua procedura da un amico e solo allora ho potuto apprezzarne davvero il risultato.  In ogni caso, a riprova dell'ottimo lavoro svolto dal curatore, l'esposizione risulta variata, di gradevole qualità e senza alcuna caduta di tono. La visita è perciò decisamente consigliabile.

Sarah Bowyer, "Fairy Tale", 2012, olio su tela. (dettaglio)



PASS-PORTS
Visioni straniere a Torino
dal 20 aprile al 30 giugno 2017

A cura di Edmondo Bertaina

Artisti in mostra:
Sarah Bowyer, Vesna Bursich, Julien Cachki, Octavio Floreal,

Chen Li, Paul Goodwin, Ernesto Morales, Shinya Sakurai.

Panta Rei
Galleria d'arte
Via Mercantini 5 - Torino
Tel. 011 0262738
www.pantareiarte.com



Una Model da conoscere.

Lisette Model, dalla serie "Reflections" (1945 ca, dettaglio)
Per circa un mese rimane aperta da PHOS a Torino una mostra di stampe fotografiche vintage di Lisette Model (Vienna, 1901 - New York 1983). L'esposizione è realizzata in collaborazione con Mc2 Gallery di Milano, dove era già stata presentata in precedenza.

La figura di Lisette Model è quasi sconosciuta in Italia, dove per esempio invece quasi tutti i "fotografanti eruditi" sanno chi sia Vivian Maier. La dura legge del marketing impone anche qui dei capovolgimenti di valori storici difficilmente poi recuperabili.

Un'ottima occasione per cominciare ad avvicinarsi alla figura straordinaria della Model è quindi proprio quella di andare a vederne alcune stampe da PHOS. Non sono stampe "Fine Art", anzi sono un poco maltrattate dal tempo trascorso e già all'epoca dovevano essere buone più per l'archivio privato o la pubblicazione sui periodici che per la collezione d'arte.  Proprio per questo sono però ancora più preziose sotto il profilo del loro valore iconografico: rivelano che l'interesse primario della Model era verso la presa sul campo e la successiva reinquadratura in camera oscura perché in queste procedure, e non nel pregio tecnico della stampa, stava il senso profondo e autentico del suo lavoro.

Tra le immagini esposte sono particolarmente intense quelle della serie "Reflections", riflessi di vetrine a New York (1945 circa), che fanno giustizia iconica di qualsiasi discorso modaiolo attuale sulla cosiddetta "street photography", la quale ovviamente non esiste. Model cerca per la strada non l'istantanea più o meno pittoresca del teatrino urbano, ma si concentra sui valori visivi che contengono i suoi pensieri mentre si muove nel flusso spazio-temporale. La città come personalissima macchina onirica in grado anche di dare restituzione visiva delle condizioni sociali di chi vi abita.

Non a caso Lisette fu anche una apprezzatissima insegnante di fotografia e vanta tra i suoi allievi una certa Diane Arbus, che proprio da lei seppe raccogliere le procedure concettuali e tecniche per affermare, a sua volta, la propria relazione con il mondo.

Le vicissitudini della vita, tra le quali una subdola e costante persecuzione dell'FBI ai tempi della paranoia anticomunista del Maccartismo, hanno certamente a lungo impedito il riconoscimento che le sarebbe stato dovuto e l'hanno anche costretta, per fortuna dei suoi allievi, a trovare rifugio nell'insegnamento una volta che la professione le fu negata dall'allontanamento dei committenti intimoriti dall'aria equivoca che le veniva proiettata intorno. Lei stessa evitò ogni eccessiva notorietà, forse proprio per timore di ulteriori guai, e preferì condurre una vita sotto traccia fino alla morte.

La sua opera merita di essere ampiamente riconosciuta nel suo pieno valore artistico. Lisette Model è parte essenziale e fondante di quel movimento di autori che avvieranno negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta la grande stagione del rinnovamento della fotografia americana d'impegno sociale e culturale.

In ultimo una considerazione. Lisette arrivò alla fotografia dopo importanti esperienze formative nella musica, un suo insegnante fu il grande Arnold Schoenberg, e nella pittura. Guardando le sue fotografie tutto questo si ascolta e si vede.


PHOS
Centro Polifunzionale per la Fotografia e le Arti Visive
Via Giambattista Vico, 1
10128, TORINO, Italia

Orari di apertura mostre
Lun. Mer. Ven. 15.30 – 18.30
oppure su appuntamento

Per informazioni è possibile utilizzare i seguenti numeri di telefono:
fisso +39 011 7604867 – cellulare +39 333 7470186
oppure scrivere a phos@phosfotografia.it


Il massacro degli Innocenti.

Il massacro degli Innocenti, Pietro Paolo Rubens, 1610-1612. (dettaglio)
Esiste nell'iconografia occidentale un tema di lunga tradizione che di recente in Siria è tornato d'attualità con le fotografie diffuse dai media di bambini assassinati dai gas: quello del "Massacro (o Strage) degli Innocenti".

Un'immagine in particolare è risultata straordinariamente aderente all'iconografia pittorica classica. Non la riporto solo perché è stata ripetutamente pubblicata ovunque e personalmente il sapere che è una fotografia me la rende inguardabile un'ennesima volta.

Su questo aspetto della questione vorrei soffermarmi. La macchina per prendere le immagini funziona da sola. Non c'è nessun Rubens dentro. Spaccate la vostra se non ci credete e cercate bene tra i pezzi. Non c'è nemmeno, almeno per adesso, il programma "Prendi una fotografia alla maniera di Caravaggio".

Una persona che era presente nella tragica situazione siriana ha pensato bene di prendere tra le altre anche quella fotografia per testimoniare visivamente l'accaduto e gli è uscita così. Dubito che ci abbia studiato sopra per più di un istante. Se non è quindi un appassionato d'arte, o uno studente di Belle Arti, quella fotografia è accaduta per come la luce si distribuiva sulla scena e per come i corpi erano disposti davanti alla fotocamera.

Il caso vuole che la grande pittura occidentale classica si nutrisse di osservazioni dal vero dei fenomeni, quindi anche della luce e della sua azione sui corpi umani. Tutte cose che poi confluivano nella sapienza che guidava i grandi maestri per la realizzazione dei loro capolavori. Tutte cose quindi che anche un apparato ottico può prendere direttamente da ciò che accade per ogni dove e in ogni momento. Una coincidenza iconografica. Orribile, ma pur sempre tale.

Però la suggestione vertiginosa che si produce, un corto circuito tra i fatti e la loro immagine, è parte dell'estetica del sublime, nella quale siamo immersi dal Romanticismo in avanti. Procura una scarica di contraddizioni che manda in tilt il cervello e libera le reazioni emotive. Almeno in Occidente.

E qui sta il punto più interessante. Come nel caso del corpicino del bambino turco spiaggiato morto, come nel caso dell'assassinio del diplomatico russo in una galleria d'arte ad Ankara, anche in quest'ultimo atroce caso, a colpire non è tanto il fatto in sè, quando la sua aderenza impressionante all'immaginario in cui siamo totalmente immersi dalla nascita. L'attacco è al cuore della sensibilità occidentale: l'occhio iconico. I fatti che non raggiungono questo livello di penetrazione semplicemente non esistono. Ogni istante sul pianeta muoiono bambini per i comportamenti criminali di organizzazioni che lucrano su tutti noi, dividendoci in schiavi di varie qualità: da quelli fortunati che vivono con il mutuo e una famiglia in salute a quelli che non arriveranno vivi alla fine di questo articolo. Ma un'immagine che riassuma questo concetto non c'è ancora e quindi... buon caffè di metà mattina e avanti con la prossima follia umana.