Hospitalia a Torino.


Arriva a Torino la mostra HOSPITALIA a cura di Gigliola Foschi. Si tratta di alcune fotografie della serie che Elena Franco sta realizzando da alcuni anni in ospedali storici d'Italia e Francia. L'evento è organizzato da Tiziana Bonomo di ArtPhotò. L'inaugurazione è stata preceduta da una presentazione nella quale ciascuna delle protagoniste ha preso la parola  per dare indicazioni utili al pubblico sui vari aspetti operativi, progettuali e visivi del lavoro esposto.


La formazione di Elena Franco è quella dell'architetto e quindi da essa è partita per il suo lavoro fotografico, che inizialmente si concentrava sulla restituzione prospettica degli edifici. Inevitabili qui i riferimenti, in specie per alcuni interni, alla famosa scuola tedesca. Un nome su tutti: Candida Höfer. Nel procedere del lavoro, l'autrice si apre ad un rapporto rinnovato con il visibile, estendendo il concetto di "ospedale" dal solo edificato alla sua storia ed agli effetti sociali che viene a produrre sul paesaggio e sugli oggetti che conserva al suo interno, memorie di umanità in transito tra la vita, la guarigione o la morte, quindi memorie anche sacrali.

Gigliola Foschi ha seguito dagli esordi il lavoro di Elena Franco ed ha sicuramente contribuito a precisarne l'aspetto concettuale e documentario. Foschi rimane difatti convinta della piena validità contemporanea della tradizione documentaria fotografica, anche se certamente aggiornata alle più recenti riflessioni sulla soggettività del fotografo e sul rapporto ambiguo con la realtà che si intendere documentare.

La sinergia tra questo sostegno curatoriale e l'inesauribile passione autoriale sta producendo dei risultati che ricevono sempre più riconoscimenti in vari contesti anche istituzionali.

A mio modesto parere, il visivo della serialità non sembra che abbia ancora raggiunto una coerenza adeguata alla complessità del progetto, con risultati diseguali, a volte ben risolti, altre meno. Sono però dell'idea che la costanza, la tenacia e il desiderio di migliorarsi continuamente, daranno alla fine ragione all'autrice che saprà conquistarsi grandi soddisfazioni professionali.





Spazio Eventa
Via dei Mille 42, Torino.

Fino al 14 ottobre 2016

Dal martedì al venerdì,  15.00 - 19.00 e su appuntamento
(ingresso libero)

Info:
cell. +39 335 7815940

tizianabonomo@fastwebnet.it
www.artphotobonomo.it

Il cantiere di Edoardo.


Nell'ambito della manifestazione libr@aria a Venaria Reale è avvenuta la presentazione del libro fotografico Landscape Materials di Edoardo Hahn, edito nella collana Urbanautica Collections per i tipi de L'Artiere. L'autore ha parlato del suo libro con Enzo Pertusio, presidente della Società Fotografica Subalpina di Torino.

Il libro contiene 90 fotografie selezionate dall'autore, in collaborazione con Steve Bisson, tra quelle prese con un vecchio modello di Hasselblad e pellicole negative a colori durante un suo recente viaggio nel nord della California.

Il riferimento diretto di Hahn per questo lavoro sono gli anni Settanta, così come li vediamo nelle fotografie di William Eggleston e Stephen Shore, con quelle cromie che oggi suonano vintage e sono intimamente legate ad un preciso momento tecnologico dell'industria fotografica americana.

I soggetti sono quelli tipici dell'inessenziale urbano, il backstage dell'American Way, inaugurato proprio in quegli anni e che contiene il seme del superamento del tradizionale documentarismo "positivista" verso un caleidoscopio percettivo fatto di soggettivismi più o meno frammentari e autobiografici. L'operazione di Hahn è quindi molto coraggiosa, perché rischia di venir confusa con quel citazionismo accademico dal quale siamo ormai pesantemente afflitti in questi anni di fotografi "che si vede che hanno studiato".

Hahn invece raggiunge, a mio avviso, lo scopo di interloquire con il passato senza sudditanze feticistiche e di spostare il problema più avanti. Verso la domanda su quale senso abbia oggi fotografare nei luoghi con in mente il concetto tradizionale di paesaggio, così come lo abbiamo ereditato dalla storia dell'arte e, in essa, del fotografico. Non propone risposte, ma mette bene in fila le domande giuste. Non a caso, il titolo si richiama ironicamente a quei materiali impiegati dai progettisti di giardini per costruire i loro mondi artificiali.

Edoardo Hahn apre un cantiere e vi porta i suoi primi materiali. Sta ora ad altri di non restare inerti al riparo di comode tradizioni e di provare a rispondergli proponendo la loro versione di cosa possa oggi essere un paesaggio in fotografia.

La sensazione che provo a caldo è che questo sia un libro importante, di quelli, almeno a livello di questa generazione, in grado di stabilire un prima e un dopo, per questo me lo sono prontamente comperato. L'editing libero, e ritmato secondo idee di tipo musicale, è qualcosa di pregevole ed un metodo seriale molto interessante su cui merita riflettere con attenzione.


Gli unici aspetti che mi lasciano davvero perplesso sono un paio di scelte grafiche: i bordi artificialmente arrotondati delle immagini e l'impaginazione, quando arriva a troncare grandi parti di alcune di esse. Mi appaiono come dei cedimenti alle mode del momento, che impongono ai libri di essere l'opera vera e propria a discapito del loro tradizionale ruolo di semplici contenitori, veicoli pratici ed economici per diffondere serialità fotografiche autonome.

Vedere con chiarezza.

La possibilità di analisi nel tempo e nello spazio, dei segni che formano la realtà, la cui interezza ci sfugge da sempre, consente così alla fotografia, grazie alla frammentarietà, di essere più vicina al non delimitabile e cioè l’esistenza fisica.

Per questo non mi interessano: le immagini e i momenti decisivi, lo studio o l’analisi del linguaggio fine a se stesso, l’estetica, il concetto o l’idea totalizzante, l’emozione del poeta, la citazione colta, la ricerca di un nuovo credo estetico, l’uso di uno stile.

Il mio impegno è vedere con chiarezza, per questo mi interessano tutte le funzioni possibili, senza separarne nessuna, ma assumerle globalmente per potere di volta in volta, vedere e rendere riconoscibili i geroglifici incontrati.

Luigi Ghirri
(dall'introduzione di Kodachrome, 1978)

La giusta misura.

A qualsiasi cosa si pensi tra le innumerevoli che gli umani possono compiere, non ce n'è una che sfugga alla regola primaria: la giusta misura.

Non si tratta di una misura "media", né troppo, né troppo poco, ma si tratta dell'unica possibile in quelle precise, temporanee e irripetibili condizioni. Capita a tutti, in ogni campo, di raggiungere un punto insuperabile come soluzione contingente di qualcosa: un gesto atletico, un'attività di lavoro, un gioco, qualsiasi campo insomma.

Non esistono metodi sicuri per raggiungere la giusta misura, ma solo l'approssimarsi ad essa per tentativi falliti, per misure "quasi giuste". Il successo attraverso i fallimenti è d'altronde la condizione umana dovuta alla nostra particolare biologia cognitiva e relativa. Nessuno di noi possiede la verità assoluta e immutabile, anche se in troppi hanno fede invece di possederla. Non c'è altro modo che insistere nella ricerca della giusta misura qui e ora, misura che non varrà più oltre e se ne dovrà quindi cercare un'altra, poi un'altra e così via.

Una giusta misura è talmente auto-evidente che si impone per il fatto stesso di esserci. Diviene oggetto di ammirazione e studio. Nel caso invece che essa sia ben lontana dall'essere raggiunta porta sovente al dileggio sconsiderato di chi si trova così a mal partito.

Tutto è talmente faticoso che la tentazione di preferire la misura media, o anche una di quelle sbagliate fingendo che sia giusta, è fortissima.

Bene, il miglior modo per impedirsi di farcela, almeno per una volta, è proprio questo.

L'Eni chiama, Cresci risponde.

Fino al 16 ottobre prossimo è visitabile da Camera a Torino la mostra personale di Mario Cresci intitolata Ri-creazioni.

Si tratta di una risposta d'artista alla domanda del committente, l'Archivio Storico dell'Eni, giunta per tramite di Camera che proprio in Cresci ha individuato il professionista adatto per svolgere questo incarico.

L'Eni possiede un patrimonio fotografico impressionante, più di 500.000 fotografie ben conservate e catalogate. Dai tempi eroici di Enrico Mattei ai giorni nostri ogni aspetto significativo dell'attività aziendale viene documentato direttamente dai tecnici interni o da professionisti esterni.

L'incarico a Cresci prevedeva una valorizzazione di questo patrimonio, ma che non si limitasse ad una mera selezione di immagini particolarmente riuscite esteticamente da poter esporre a fini promozionali. L'artista ha quindi messo in opera tutta la sua pluridecennale esperienza per esporsi con la massima libertà concessa dalla committenza, caso quanto mai raro e quindi felice, immergendo le proprie ricerche personali nelle iconografie e nelle materie del mondo Eni.

Il risultato sono sei sale a tema più una sequenza a flusso nel corridoio, dove il fotografico entra in sinergia con il grafico, con le materie, anche innovative, e con le installazioni site specific. Il taglio generale è quello formalistico dell'arte moderna aggiornato dalla lezione del concettualismo tardo novecentesco senza però mai arrivare agli esiti contemporanei più estremistici e iconoclasti.

Non sono così sicuro che il risultato raggiunto possa contenere una componente artistica di particolare interesse al di là dell'evento contingente, almeno ai miei limitati occhi. Certo però che l'intelligenza, la sensibilità, la cultura, la capacità professionale, la poetica di Mario Cresci emergono in maniera più che evidente. L'aspetto ludico in particolar modo, cosa questa che lo avvicina a figure come Nino Migliori e Bruno Munari, ma anche a quell'Alighiero Boetti citato dallo stesso Cresci in conferenza stampa come esempio di approccio artistico positivo, nel suo rapporto aperto alle influenze giocose della figlia bambina.

In ultimo una considerazione sul difficile rapporto tra arte e committenza, che sovente da noi si riduce a delle marchette per nulla dignitose. Questa operazione rappresenta invece un modello da recuperare, di tipo olivettiano per intenderci. Qualcosa che ci farebbe bene anche come Paese, nel ritrovato sentimento che quando impresa, ricerca, cultura e arte si riconoscono a vicenda si ri-crea quella straordinaria sinergia innovativa che nel mondo sanno riconoscere come tipica di qualcosa che ancora si ostinano a chiamare "Italia".

In pasto ai porci.

Le immagini possono uccidere. Anzi, l'insistenza pubblica delle immagini. Mai come in quest'epoca interconnessa "H24 7/7"  il massaggio mediatico si è fatto violento e irrefrenabile. L'informazione, in questo caso visiva, ha ormai superato ogni limite possibile e diviene fatto essa stessa. Che all'origine ci sia qualcosa di accaduto per davvero nella vita biologica degli umani è del tutto secondario e ininfluente.

Così accade che episodi magari brevi di un'esistenza, si dilatino fino a divorare quell'esistenza stessa, renderla impossibile, non più proseguibile. Una condanna a morte che nessun tribunale commina, ma che avviene lo stesso per mezzo dell'incontrollabile flusso visivo, oggi più vivo della vita stessa.

Una giovane donna italiana non ha resistito al suo errore: diffondere dei video di rapporti intimi con il partner ad altre poche persone, immagino uomini, ma forse anche donne, i cosiddetti "amici", parola degradata ormai dall'uso social che se ne fa. E gli "amici" non ti perdonano mai. I video finiscono così in rete e scatta la gogna degli sconosciuti in cerca solo di buone occasioni per sfogare le loro frustrazioni ridendo di qualcun altro, meglio se femmina.

C'è tutto un abisso senza fondo di ignoranza collettiva su cosa sia un rapporto sessuale e cosa siano le immagini di un rapporto sessuale. Alla fine l'unica risposta della donna all'impossibilità di porre termine a tutto questo è stata la morte per impiccagione. Chissà che canzone intensa ci avrebbe scritto sopra De Andrè. Tutto finisce come doveva: fai la puttana dilettante? Quindi manco per soldi, l'unica ragione riconosciuta sempre valida in questo maledetto paese per giustificare qualsiasi violazione etica. Ti fai vedere mentre lo fai? Brava stupida, la tua pena per aver sfidato l'ipocrisia omertosa del gruppo di quanti fanno tutto e niente dicono mai è proprio la morte. L'ultima scelta l'hai indovinata. Morendo hai ricomposto l'ordine e tutti possono tornare a farsi i fatti loro, al riparo delle loro tane, aspettando il prossimo stupido esibizionista da linciare.

Un tempo i "selvaggi", quelli buoni secondo Rousseau, avevano paura delle macchine fotografiche. Dicevano ai civilizzati fotografanti che temevano di vedersi rubare l'anima. Grasse risate per l'ingenuità barbarica di quei poveri esseri ignari delle sorti magnifiche e progressive che stavano per vaporizzarli, pardon "assimilarli". Ebbene, mi sta uscendo una sveglia al collo e un osso mi perfora il naso. Avevano ragione loro, accidenti. La fotocamera ti ruba l'anima e oggi più che mai quell'anima rischia di finire in pasto ai porci.

Suca!

Mi pare ora di dircelo: Voltaire aveva torto. Io non difenderò fino alla morte il tuo diritto di dire qualsiasi cosa ti passi per la testa senza riguardo alcuno per il prossimo. Non è questa libertà di teppismo scritto e disegnato il valore dell'Occidente da difendere contro la barbarie oscurantista del perbenismo borghese, religioso o totalitario che sia.

La satira ha senso quando mette in mano agli oppressi un'arma per difendersi dagli oppressori. "Una risata vi seppellirà" si diceva ai tempi dei miei capelli lunghi e la derisione dei potenti era a volte davvero l'unico modo possibile per opporsi ai loro soprusi, o almeno per non doverli subire in silenzio e basta.

Nella storiografia scolastica francese manca certamente un personaggio come Fabrizio Maramaldo, un capitano di ventura divenuto famoso nel 1530 per aver infierito su Francesco Ferrucci, ormai morente e non più capace di difendersi. Maramaldeggiare da allora è l'estremo atto vile dei violenti, di quelli che potrebbero rinunciare alle loro efferatezze, giunte ormai a mal fine, e invece insistono con godimento sadico nel protrarre le sofferenze di chi già è stato abbattuto.

L'ho presa troppo alta, lo so. Per qualche lazzo scomposto uscito da matite deboli non è il caso di farla così lunga, in fondo sarà la melma da cui provengono a soffocarli e farli dimenticare.

Per cui, con antica saggezza sicula, una sola cosa resta da replicare ai satirici parigini, una cosa molto in stile con le loro idee scadenti su cosa siano l'Italia, gli italiani, la mafia e i maccheroni:

S U C A !


Il nostro passaggio sulla Terra.

Pokémon GO.

Nel 1996 nascono i Pokèmon. Avevo già 39 anni all'epoca, ero quindi preso da divertimenti per adulti, e per questo, non avendo figli e nipotini, ne venni a sapere per caso, poco o nulla. Vedevo in giro questi bimbetti e ragazzini che parevano rincitrullirsi pigiando tasti su quel piccolo aggeggio che mi dissero si chiamava Gameboy. Vidi poi dei pupazzetti nelle vetrine dei negozi di giocattoli, uno dei quali mi divertiva anche perché si chiamava Pikachu, il che aveva un'assonanza con il piemontese Piciu, che mi sembrava quanto mai pertinente. Fine della mia frequentazione di quel mondo lì.

Oggi arrivano i Pokémon GO e la faccenda torna di  moda, in una versione persino più demenziale. Il Gameboy è stato sostituito dallo smartphone, ovviamente iPhone o Android, e il parco giochi diventa l'intero mondo, grazie alla meticolosa attività di Google con le sue Google Maps, tesa a rendere sempre più possibile l'ormai antico paradosso calviniano di una mappa grande quanto il mondo stesso. La chiamano realtà aumentata, anche se a me pare in diminuzione esponenziale.

Spero di essere stato abbastanza antipatico, ma, fuori dalle mie idiosincrasie ludiche, rilevo che siamo sulla soglia di un cambiamento importante per l'esistenza di tutti noi: lo scollamento forse definitivo con la realtà corporea e fisica. Una realtà che non è aumentabile affatto senza conseguenze dannose e che è composta di persone, cose e luoghi davvero tangibili. Oggi avviene per motivi di vile denaro, che si usano chiamare pudicamente "marketing", ma domani per chissà che altro. All'orizzonte c'è un mondo ibrido dove il  nostro cervello interagisce con impulsi, predisposti da aziende e lobby, mentre il nostro corpo vive, e alla fine pure morirà, ma saremo impegnatissimi a giocarcelo. Magari allenando mostriciattoli confezionati dalle grandi industrie del divertimento per renderci il più inutile possibile il nostro passaggio sulla Terra.