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Visualizzazione dei post da Maggio, 2016

Mai varcare per davvero.

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Qualsiasi fotografia, proprio qualsiasi, è un ingresso. Fa entrare nell'universo parallelo delle immagini. Uno spazio che di dimensioni sembra averne due, invece ne ha sovente una terza, che è illusoria, e nelle fotografie ce n'è sempre un'altra ancora, spesso non rilevata abbastanza: la dimensione temporale.

Icone automatiche prese nel tempo, fatte di tempo e a disposizione di chi le vuole guardare per tutto il tempo della loro durata fisica. Poco conta, se non per alcuni più attenti a questioni estetiche, quale sia la forma di una fotografia. Conta molto di più quale pezzo di tempo essa contenga. Anche malamente, sfocato, storto, mosso, tutto sbagliato insomma. Sono immagini di esperienze contingenti e il loro valore più grande è questo.

Lo dimostra sempre il tempo: più tempo passa dal momento della ripresa, più cose cambiano, più tutto ciò che ci rimane è solo quell'icona lì. Presa proprio quel giorno lì, in quel modo, momento e luogo lì, non altri. Per questo sono…

Ops, dimenticavo... scusate.

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Abbiate pazienza, ma coloro che hanno avuto occasione di vedere fotografie di Steve McCurry negli ultimi anni, bisogna capire ancora da quanti anni, si son trovati a fraintendere il suo lavoro.

Dopo le sempre più numerose prove di fotoritocchi emerse sul web, alcuni maldestri, e persino la sospensione del suo sito, forse per evitare che i ritrovamenti continuassero, la Spezia Scozzese sente finalmente la necessità di chiarire una volta per tutte quale sia la professione che pensa di star svolgendo.

Alla buon'ora, sappiamo ufficialmente da una sua recente intervista che McCurry non è un photojournalist, ma un visual storyteller. Detto in soldoni la differenza che esiste tra fare giornalismo e ufficio stampa o redazionali. Ha saltato la barricata insomma. Peccato che troppe persone non ci avessero fin qui fatto caso, tranne ovviamente i suoi committenti, ben felici di non stare lì a spaccare il capello in quattro.

Cosa importano queste definizioni? Basta che l'icona sia coinvol…

Nelle sue infinite varianti.

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Una fotografia, una sola, rimane un'immagine indeterminata, per quanto sia evidente nel visivo la volontà del fotografante di mettervi senso. Due fotografie presentate insieme già costituiscono un principio di direzione, riducono le variabili. Tre o più fotografie danno inizio ad un senso via via meno indeterminato, ma sempre se viste insieme, anche non simultaneamente.

Questa forse la motivazione che sta alla base della serialità in fotografia. La ripetizione, o variazione, lungo un filo rosso consente al fotografico di essere meno preda del senso arbitrario appiccicato da chi guarda, facilmente portato ad espropriare il fotografante delle sue intenzioni per sovrapporvi le proprie.

Anche per questo però, l'attenzione è meglio che si porti sulla costituzione di un corpo coerente di fotografie che contengano l'autenticità, tradotta nel visivo, dell'esperienza che si va compiendo.

La sede propria di tale corpo, è l'archivio. Dal quale, di volta in volta, estrarre …

Immagini alla ricerca di occhi.

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Una fotocamera è un oggetto tecnologico basato su alcune leggi fisiche fondamentali. Di per sé, non dovrebbe suscitare più interesse di una lavatrice. Se invece ha un successo così inarrestabile presso milioni di persone è perché ciò che produce non è solo un servizio utile alla persona, come dei panni puliti per esempio, ma  qualcosa di più, molto di più.

Il risultato di una fotocamera è un'immagine. Ottica, bidimensionale, oggi persino immediata, simultanea, plurimateriale e temporanea, nel senso che può apparire all'istante su display o monitor per ogni dove e per un tempo definito da chi guarda o da chi la fa guardare.

Il limite di questo tipo d'immagine resta l'accessibilità. Senza l'uso di una dotazione tecnologica almeno sufficiente essa non appare. Quindi la precondizione per fruirne è quella di appartenere al gruppo umano di quanti sono dotati delle necessarie apparecchiature. L'industria del settore ogni giorno che passa raggiunge con i suoi prodotti…

REST 27/05/2016

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REST contains photographs without words.
The photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.

REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.

REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.

Photographers:
Paolo FUSCO, Davide MENARELLO, Luca MORETTI, Sandro PISANI, Gianmarco STOCCHI, Michele VITTORI.


Preview and buy.

REST 27/05/2016
FUSCO MENARELLO MORETTI
PISANI STOCCHI VITTORI
Format: US Letter.
64 pages; 58 colour plates.
ISBN: 9781367660489.
Blurb.com



Previous issues.

REST 29/02/2016
ALTERO-VINO CRAVERO DI FONZO
DI LEO LOMBARDO MASSA MICON


REST 13/12/2015
CREAZZO GHIO LABELLARTE
MINERVINI MONI TONOLLI


REST 09/08/2015
ARMENTANO GIACOBINO
GIANNOTTA QUIRINI RADO






REST, ©2015-2016 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved

Voi siete Here.

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Anche se riguarda solo "Torino Torino", come si diceva una volta per specificare che si era di Torino città e non della provincia, bisogna comunque dirlo in inglese. E allora eccoci qui, anzi no Here!


Here vuole essere l'inizio di un progetto culturale a lungo termine completamente autogestito dalla Assemblea Cavallerizza, un gruppo eterogeneo di cittadini che da un paio d'anni occupano la fortemente degradata  Cavallerizza Reale di Torino per protestare contro l'abbandono colpevole in cui la lascia l'Amministrazione comunale. Questa, tra l'altro, pare essere una specialità fassinista, visto che anche il Palazzo del Lavoro, l'ex Borsa Valori e il Torino Esposizioni seguono la stessa sorte. Ma sono "robe moderne" e pensavo quindi fosse indifferenza per tutto ciò che non ci avevano lasciato i qui sempre più beneamati Savoia. Invece no, ce n'è anche per loro.


Tra le varie iniziative di resistenza civile dell'Assemblea c'è una racco…

Le anime nuove.

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Ieri, 18 maggio 2016, nell'Aula magna dello IED di Torino, Francesco Jodice (1967) ha parlato del suo lavoro in un incontro aperto al pubblico, dopo aver tenuto una lezione riservata solo agli studenti.

In apertura dell'incontro si è subito presentato qualificandosi come artista. Non fotografo quindi, ma artista che lavora all'interno delle arti visive, usando anche la parola quando serve. Poi è passato a parlare di un suo lavoro recente sul Grand Tour rivisitato, composto da tre serie di fotografie prese con una fotocamera per il formato 4x5" su pellicole negative a colori. Le serie sono rispettivamente dedicate a Capri, Venezia e al Monte Bianco.


In realtà sul sito dell'artista le fotografie di Capri sono pubblicate come lavoro a se stante, del 2013, con  il titolo Capri. The Diefenbach Chronicles. Il progetto include 11 fotografie intercalate da 8 pagine estratte da vari testi e cancellate con vernice nera, tranne che per una singola frase, evidenziata quindi …

Molto di più.

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Il 21 aprile scorso mi è capitato di incontrare a Torino "Zines of the Zone". Si tratta di una biblioteca itinerante dedicata al self publishing fotografico: fotozine e fanzine che utilizzano le immagini fotografiche (anche come documentazione) e qualsiasi tipo di materiale stampato legato alla fotografia.


Dal gennaio 2014,  Julie Hascoët e Guillaume Thiriet (due gentilissimi e disponibili giovani francesi di Nantes) viaggiano attraverso l'Europa con un furgone per mostrare la loro collezione, organizzare eventi istantanei, raccogliere nuovi libri e conoscere editori locali. Purtroppo sono rimasti in città quel giorno e basta, per questo ne scrivo solo ora.


I libri li ho trovati su degli appositi espositori pieghevoli installati per l'occasione nel fucking bar and art gallery RAT di via San Massimo. Ho potuto sfogliarmeli con tutto comodo, essendo arrivato puntuale all'apertura dell'evento, cioè in larghissimo anticipo sul "frequentatore-tipo"…

Mai separatamente.

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"Documents pour artistes" così la leggenda dice che ci fosse scritto su di un cartello affisso da Eugène Atget sulla porta del suo studio abitazione. Non ci sono, almeno a mia conoscenza, riscontri oggettivi che davvero quel cartello sia mai esistito, però avrebbe potuto, anzi dovuto, esistere perché riesce a condensare perfettamente l'essenza della lezione di Atget. Lezione, per mio conto, ancora pienamente valida oggi.


Difatti la definizione di "documento fotografico" è un sostanziale ossimoro, semmai potrebbe esserci un "documento fotografico-artistico", nel senso che può attivarsi se interrogato come oggetto d'arte o da un artista perchè solo se una fotografia riesce a spostare il pensiero di chi la prende e di chi la incontra essa può assolvere ad una concreta funzione documentaria e artistica insieme. Sempre insieme però, mai separatamente.


Inabitabile magari per me.

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Alla Fondazione Merz di Torino è aperta fino al 19 giugno prossimo la personale di Botto & Bruno. Prima cosa: andateci. Consiglio calorosamente i miei concittadini, e non solo, di immergersi nelle grandi scenografie allestite per l'occasione. Forse mai come prima d'ora il mondo visionario dei due artisti torinesi prende corpo, e luogo, con una simile avvolgente forza iconografica: un'esperienza davvero totalizzante.


Le tecnica del collage digitale fotografico, affinata negli anni, vede gli ormai neocinquantenni autori (non si direbbe affatto vedendoli, ma i dati anagrafici recitano così) pienamente padroni del loro universo post industriale. Ogni minimo elemento fotografico si inserisce nell'insieme del montaggio contribuendo ad arricchirlo e nello stesso tempo rendendo credibile l'incredibile fin sulla soglia del tangibile, del percorribile.


E proprio percorrere e ripercorrere l'allestimento passeggiando lungo le pareti è il modo migliore di goderne il pr…

Proprio per quel motivo.

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Sono qui che vago in ampi spazi tra venditori di hot dog e grandi stand più o meno sfavillanti, in mezzo a robe da chef, salutismi, giochi e lazzi, vinerie, magliette, istituzioni locali, regionali, nazionali, vele vaticane.

Grandi editori, medi editori, piccoli editori, sì ci sono anche, alcuni, ma se faccio il conto dei chilometri e dei metri quadri, calcolando un biglietto scontato otto euro perché orgoglioso possessore della Tessera Musei, se faccio tutti i conti per bene, mi ritrovo in un salone pieno di vuoto, di chiacchiere e distintivi, in cambio del  sole che c'è fuori.

E allora esco, vado in centro, sotto i portici. Ecco il salone vero: bancarelle di libri, lì si fanno finalmente piccoli ritrovamenti e deliziose scoperte, come mi accadeva un tempo anche al Salone del Libro, atteso tutto l'anno proprio per quel motivo.

Molto più di un diamante.

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In occasione del Salone del Libro, da Jest a Torino è stata aperta un'esposizione di fotolibri apparsi nell'ultimo anno o poco più in quell'insieme di rivoli e ruscelli dell'editoria che fluiscono sovente in modo carsico attraverso le lande desolate del settore, occupate per lo più da titoloni celebrativi di gloriose mummie, meglio se di grandi dimensioni (Magnum) e piene di Contrasto.

Su due listarelle a parete si trovano allineate le monografie di 19 autori da sfogliare con calma e attenzione. A parte in una nicchia vicina all'ingresso c'è il germoglio del bookshop con i titoli in vendita: alcuni tra quelli esposti e altri ancora.


Già in post precedenti avevo scritto su alcuni di loro: Simone Donati (Hotel immagine)NastyNasty© e Domingo Milella. Di altri avrò occasione di scrivere in futuro. Ora però mi preme porre l'accento sulla vivacità culturale del fotolibro contemporaneo d'autore, o "d'artista" come chi è più sensibile alle quo…

Due Francesco per un panorama.

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Siamo a maggio e una grande rosa è sbocciata da Camera Centro Italiano per la Fotografia. Il curatore Francesco Zanot mette a segno un bel colpo sotto diversi punti di vista.


Questa "ricognizione", come viene definita nei comunicati di Camera, è in realtà qualcosa di più: un'antologica ragionata sull'opera complessiva fino ad ora portata avanti da Francesco Jodice (1967). Mai prima d'ora realizzata da nessuno. L'occasione quindi per chi la visiterà è quella di poter provare a formare, o riformare, la propria opinione sulle diverse progettualità di Jodice avendole lì a disposizione in un unico momento e luogo, ben esposte e spiegate a sufficienza.


La figura di Jodice appare in tutta la sua ampiezza: dall'origine fotografica, il figlio di Mimmo, sviluppandosi poi nel superamento del fotografico, come ambito a se stante, verso la centralità dell'approccio intellettuale alle tematiche. Da cui far poi derivare le scelte procedurali, di volta in volta sceg…

Dei piccoli avidi rospetti.

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Non serve a nulla raccogliere pietre preziose.

Il raccoglitore può pure coltivare l'illusione di aver messo insieme qualcosa di importante, di vedersi onorato e apprezzato per questo lavoro da coloro che l'han visto costruire, pezzo per pezzo, la sua sudata collezione.

Può pensare che altri raccoglitori meno esperti, quelli che nel tempo gli han chiesto mille e mille suggerimenti, a volte pagandolo per questo, altre volte millantando in cambio un'amicizia immaginaria, gli saranno riconoscenti, lo citeranno come esempio virtuoso, si vanteranno di esserne discepoli e prosecutori della sua opera.

Invece no. La paga del suo lavoro sarà il silenzio. L'indifferenza, persino un po' risentita, di chi seppellendone il ricordo pensa scioccamente di sostituirlo nei suoi meriti. Come se dimenticare e far dimenticare basti per lavarsi la coscienza, per far diventare maestosi come leoni dei piccoli avidi rospetti.

(dalla raccolta di fiabe  "Luna piena, sole vuoto", AA.…

Far ripensare il visibile.

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Nell'osservazione il lavoro più delicato è togliere. Si deve ripulire il campo dagli elementi che lo confondono per poter concentrare l'attenzione sul soggetto. Questo risulta più semplice se si ha già identificato un soggetto, ma un'osservazione analitica interroga le cose proprio alla ricerca di connessioni non immediatamente evidenti e per questo motivo difficili da riconoscere come soggetto.

Lo stesso metodo di approccio all'osservazione viene sovente messo in discussione nel tentativo di precisarne l'azione. Se poi a tutto questo aggiungiamo la fase di traduzione in immagine, per mezzo di congegni ottici come le fotocamere, ecco che la complessità raggiunge livelli davvero difficili da gestire.

Ciascuno osservatore negli anni mette in atto strategie diverse e ne studia l'efficacia. Il riscontro finale sta però nelle fotografie. Se il visivo, a parere dell'osservatore, contiene elementi coerenti con l'analisi svolta sul campo allora un primo risult…

Le visioni di Kusterle.

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Colpa mia, ci sono arrivato quasi alla fine.

Resta solo un ultimo giorno (domenica 8 maggio 2016, ore 14-19) per vedere la mostra antologica di Roberto Kusterle alla Fondazione 107 di Torino. Nonostante questo, invito coloro che mi leggono in tempo, e possono farlo, a visitare in extremis questa eccellente esposizione.

La mostra si svolge sulle pareti della Fondazione, luogo di per sé già molto coinvolgente, seguendo la cronologia dei cicli seriali fino all'ultimo eccezionale Morus Nigra (2015) che supera ogni altro in nuove direzioni tutte ancora da esplorare. Cosa davvero non da poco per un artista classe 1948.

Chi mi legge sa che non amo per nulla quelle fotografie che uso definire "pasticciate". Quelle sovraccariche di elaborazioni, non importa se di camera oscura o digitali. Ebbene, Kusterle rappresenta per me da oggi l'eccezione che conferma la regola.

Ogni aspetto delle sue fotografie, per quanto fortemente elaborato e anche minuziosamente predisposto in rip…

Una rosa.

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Esercizi di risveglio visivo.

Prendiamo una parola: rosa. Visto che siamo di maggio e chi ha studiato latino sa anche che la declinazione del nome rosa è come il gatto sul tavolo per chi studia inglese.

Sono passati diversi secondi da quando avete iniziato a leggere queste righe. Inevitabilmente l'immagine di una rosa è stata richiamata dal vostro magazzino mentale ed ora è proiettata dai neuroni sullo schermo della parte conscia. Siamo quindi tutti pronti a leggere cose che riguardano una rosa paragonandole alla nostra rosa, quella che conserviamo nelle parti chimiche interne del nostro cervello.

La frittata è già fatta. Il linguaggio scritto/verbale ora ha il pieno controllo del pensiero perché l'immagine è stata richiamata da una parola. Tutto ciò che pensiamo di sapere sulle rose è lì pronto ad affacciarsi in sala proiezione, come in un gioco a quiz televisivo. A questo servono le parole e chi più le adopera, con competenza almeno mediamente sufficiente, se ne rende conto…

Siano da ammettere o da rifiutare.

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Spostiamo un poco avanti il discorso.
Quando e quanto è lecito modificare una fotografia con interventi di post produzione?

L'unica risposta sensata è relativa: dipende. E come si cantava tempo fa: da cosa dipende? Non tanto da come gira il mondo, ma forse proprio anche per questo. L'origine del motivo che spinge a non accettare un negativo, una diapositiva, un file così come escono dalla fotocamera è nelle intenzioni del fotografante. Sovente le stesse che lo hanno indotto a riprendere quella fotografia. Sovente perché le intenzioni sono mutevoli e possono cambiare dopo la ripresa. O anche possono cambiare cambiando la persona che interviene sulla fotografia "grezza", prima di mostrarla ad altri. Possono anche cambiare se cambia il contesto che accoglie la fotografia e pure se cambia il pubblico che si prevede per quella fotografia.

Non esiste quindi, per fortuna, una regola generale di post produzione, una ricetta di cucina buona per tutti, dal fotografante in…

Le figure di Vasco.

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Grazie ad Alberto Weber arriva a Torino una notevole mostra personale di Vasco Ascolini (1937) curata da Ascanio Kurkumelis.

Si tratta di una serie di fotografie in bianco e nero riprese e stampate tra il 1996 e il 1997 e solo in questa occasione esposte integralmente. Il titolo della serie è "Deposito di figure" e fa riferimento ad un magazzino di Ivry-sur-Seine nella banlieu di Parigi, al cui interno si trovavano centinaia di statue in attesa di essere ricollocate nei luoghi di provenienza.

Ascolini dimostra con questo lavoro tutta la sua sensibilità visiva. Coglie l'occasione di un rimessagio casuale per mettere in scena un personalissimo teatro di vita. Dai neri pieni, che gli sono propri ed evocano il buio del palcoscenico, lascia emergere lampi di vitalità, a volte appena suggeriti, altre volte più evidenti, dando così animazione ipotetica a dei simulacri inerti.

L'idea che sostiene questo tipo di approccio è che l'osservazione delle cose sia ampiamente su…