Banalità funzionali.

Ultimo giorno del 2015. Una convenzione come un'altra. Niente riassunti quindi e nemmeno buoni propositi. Si faranno quando se ne avrà davvero necessità, semmai.

Tornando brevemente al tema delle missioni fotografiche, di cui scrivevo ieri, vorrei solo precisare che sono ovviamente ben contento che ci siano state. Il problema è che secondo me non è più il caso che ci siano.

Sia chiaro però, sono contento che ci siano state, come sono contento che un tempo la chiesa cattolica e i principi rinascimentali abbiano fatto lavorare Michelangelo. Senza Michelangelo, e compagnia d'artisti, chiese e palazzi sarebbero solo luoghi di culto e residenze signorili anonime; di nessun interesse se non per l'utilità dei praticanti e dei dimoranti.

Il fatto quindi che un Walker Evans abbia lavorato per la FSA o un Gabriele Basilico per la DATAR, quest'ultimo realizzando con Bord de mer quello che ritengo il suo capolavoro assoluto, sono coincidenze felici, ma non fanno parte del programma di quelle missioni. Mettete un Tizio Sempronio qualsiasi a far le foto in quei luoghi e avrete della roba anonima, accettabile al massimo per qualche sociologo, storico e studioso d'occasione.

In sintesi, per chiudere bene e iniziare meglio l'anno nuovo: senza artisti (veri) si ottengono solo banalità funzionali.

Così allegramente nell'errore.

C'è un errore di fondo nel concetto di missione fotografica, un errore che dalla primigenia Mission Hèliographique fino ad oggi rimane bellamente ignorato. Nasce dall'idea che un corpo di fotografie ben organizzato possa descrivere dei fenomeni visibili, per un dato tempo in un dato luogo, con una chiarezza interpretativa in qualche modo utile alle istituzioni, ai decisori pubblici e privati e a chiunque sia interessato ai soggetti o ai temi assegnati.

Nella realtà storica, nessuna missione ha mai portato agli effetti enunciati nelle dichiarazioni ufficiali d'apertura. Al massimo, dopo una mostra, e magari un catalogo, tutto finisce archiviato e dimenticato. Un tempo in qualche deposito o cantina, oggi anche sulla rete. A volte in sordina, con un certo imbarazzo, altre volte con un po' di millanteria vanesia e autoreferenziale.

I monumenti francesi eliografati nell'Ottocento, la crisi economica nelle aree rurali negli States degli anni Trenta, le regioni francesi negli anni Ottanta della DATAR, la Provincia di Milano descritta ne l'Archivio dello spazio degli anni Ottanta-Novanta, la riedificazione di Beirut negli anni Novanta, solo per fare alcuni esempi famosi, non hanno visto modificare in nulla le trasformazioni economiche, sociali e politiche per mezzo delle fotografie realizzate dalle relative missioni.

Non paghi di tali insuccessi, in Italia si continuano oggi ad affidare a fotografi, anche di valore, nuove missioni territoriali, promosse e finanziate con le dichiarate migliori intenzioni, che continuano a finire in una mostra, e magari un catalogo, per poi venire come al solito archiviate e dimenticate.

Forse si potrebbe anche iniziare a prendere finalmente coscienza che non esiste alcuna reale relazione di utilità concreta tra l'atto fotografico di descrizione di un dato tempo e luogo ed eventuali altri atti che nel pubblico e nel privato possano trarne beneficio e orientamento. Lo so: curatori, fotografi, funzionari pubblici, amministratori locali, addetti stampa e alle pubbliche relazioni, sponsor, manager, politici, ecc. ci campano e ci si fanno da sempre belli con i loro referenti. Ecco forse spiegato il perché si persevera così allegramente nell'errore.



Un piccolo raggio di luce.

L'immagine di una nascita è una promessa di vita e di rinnovamento del mondo. I bambini sono l'unica speranza davvero concreta perché spostano in avanti le lancette dell'umanità e conquistano il tempo a venire. La loro innocenza è salvifica per tutti. Salvezza dai guasti e dagli errori nei quali si agitano le esistenze adulte, segnate spesso da un passato e da memorie che imprigionano le esistenze.

Per questo festeggiare una volta l'anno, in una data antica, quando il giorno ha già iniziato lentamente a prevalere sulla notte, è qualche cosa di primordiale che viene vissuto con una certa felicità da chi è ancora abbastanza sensibile per lasciarsi impressionare da un piccolo raggio di luce.

Supera il rumore di fondo.

C'è forse una sopravvalutazione dell'atto fotografico come valevole di per sè. Prelevare una fotografia viene ritenuto da alcuni un valore sociale, di relazione si dice, per il solo fatto di aver schiacciato un bottone o premuto il dito su un display. Di più: ogni fotografia non esisterebbe se non venisse vista da qualcuno. E via discorrendo. Di questo passo il solo respirare potrebbe essere il vero gesto espressivo fondamentale.

Per mio conto, penso invece che vi sia un discrimine ineludibile: l'immagine. Un'immagine ha una sua autonomia, esiste quindi non quando viene realizzata o vista, ma solo quando si distacca dal flusso visivo imponendosi come un'interruzione, un momento privilegiato di osservazione, più denso, più ricco di stimoli e spunti di riflessione. Un'immagine non è mai un fenomeno casuale, ma il risultato di un processo con regole proprie in continua trasformazione. Processo che può pure essere molto automatizzato come nel fotografico, ma che si compie davvero solo quando si raggiunge una sintesi che supera il rumore di fondo. 

Quella sarabanda d'immagini che siamo.

Alla fine, gira che ti rigira, quello che ti resta sono solo delle immagini. Stanno lì nella testa, imperterrite, e ti tengono compagnia per anni, a volte per tutta la vita. Si formano un po' come pare a loro. Non nascono per forza da ciò che si vede, ma anche da rimescolamenti imperscrutabili di sensazioni fisiche e pensieri ondivaghi.

Cambiano persino, si fanno più nitide o al contrario sfumano e scompaiono quasi o anche si trasformano e diventano qualcosa d'altro. Non ne conosco le regole, solo i fenomeni, così come posso pensare di osservarli, illudendomi forse di farlo.

C'è qualcosa di inafferrabile che muove al desiderio di trattenere, fermare alla fine questo vorticare d'immagini in forme e concetti finiti. Allora si cercano mezzi per farlo. Chi usa le parole, chi suona, chi disegna, chi prende fotografie, che alla fine non sono la traccia di quello che si vede davanti alla macchina, ma la manifestazione visiva contingente, e in qualche modo già incontrata, familiare si può dire, di qualcosa che sta lì dentro, in quella sarabanda d'immagini che siamo.


Onestà intellettuale.

Ultimamente va così. Per la verità, già questa primavera c'era stata un'avvisaglia. Entro in una mostra fotografica personale o collettiva, magari di gran prestigio, allestita in sedi d'eccellenza e ne esco deluso, confuso, disturbato. C'è qualcosa che non mi torna, che non capisco.

La formazione che mi ritrovo addosso è stata pervasa dall'ammirazione per le grandi mostre epocali e i grandi libri che segnarono delle vere e proprie svolte. Il riferimento e le aspettative sono quindi forse irragionevoli. La realtà italica vola molto più basso, appena poco sopra la crosticina della pagnotta probabilmente. Non è questione di nomi o situazioni, chiunque si trovasse ad occupare il posto del prediletto di turno, farebbe le stesse identiche cose, sostituendo semplicemente la catena di relazioni attuale con la propria.

Manca forse, ecco che mi viene la parolina, anzi due: onestà intellettuale.

Tacere senza conseguenze.

Di recente ho avuto l’opportunità di far parte di una giuria nell’ambito di un concorso fotoamatoriale a tema. La formula, per fortuna, non prevedeva il solito medagliere in stile Giovani Marmotte Fotografiche (leggi FIAF), ma la selezione di un corpo d’immagini con le quali allestire una mostra collettiva e un catalogo. In questa chiave, il lavoro della giuria si avvicinava di più alla fase iniziale di una curatela e con questo spirito si è lavorato.

Purtroppo il livello medio delle proposte, sia per soluzioni visive, sia per aderenza al tema, era decisamente insufficiente e quindi si è finito per fare un ben modesto fuocherello con la scarsa qualità della legna a disposizione.

Al di là della vicenda, penso che vi sia un problema di fondo, che non riguarda solo il mondo fotoamatoriale, legato alla questione del tema. Forse tutto origina dai banchi della scuola dell’obbligo. L’idea perversa che chiunque possa dire qualcosa su qualsiasi argomento purché sollecitato dall’imposizione di qualcun'altro, il docente in questo caso. Probabilmente questa pretesa di onniscienza, finisce invece per alimentare l’inevitabile tendenza alla banalità e al conformismo, o peggio alla bizzarria, quando non si sappia che dire e non si voglia per questo subirne un danno. Ovvero può alimentare illusioni nefaste nei soggetti dotati di un’autostima eccessiva.

In questo senso, l’unico rimedio immediato mi pare il tema libero. Ognuno pensi, dica e faccia vedere ciò che lo interessa sul serio e, nel caso non sia giunto il suo tempo, sia persino messo nella condizione di poter tacere senza conseguenze.

Pensare per immagini.

Prendere una fotografia oggi è più semplice che mai. Si riduce tutto a puntare un congegno verso la direzione di ciò che si desidera prelevare e premere il pulsante di scatto. Gli automatismi producono un risultato nella maggior parte dei casi sufficiente, entro i limiti di funzionamento previsti dal produttore del congegno ovviamente.

Questa semplicità genera mostri. La riduzione dei tempi di realizzazione aumenta le prese inutili. Numeri sempre più elevati di file irrilevanti si accatastano nelle schede di memoria e poi negli hard disk. Qualcuno pensa di sfuggire al fenomeno tornando al sistema chimico. Numeri meno elevati di pellicole e stampe si accatasteranno allora nei cassetti, ma la selezione data dalla procedura più lenta e complessa non comporterà necessariamente una migliore qualità dei risultati.

Non penso vi sia nessun rimedio tecnologico all'indispensabile precondizione di imparare a pensare per immagini.


Nel mondo delle immagini.

Ogni immagine, fatta a mano o presa da un congegno ottico, realizza una magia altrimenti impossibile agli umani, se non in modo terminale: fermare la vita.

Il flusso esistenziale è inarrestabile. Può rallentare o accelerare, almeno a livello emotivo, ma mai fermarsi. La natura è dinamica e trascorre senza interruzioni in un ciclo che si ripete nelle generazioni da un inizio ad una fine.

L'immagine invece è ferma. Nei casi migliori anche muta. Una presenza che con la propria fissità inalterabile spezza il ciclo della vita e si propone come ipotesi concreta di eternità. Le immagini per questo motivo influiscono sugli umani, introducono nelle loro esistenze piani di esperienza e di coinvolgimento altrimenti impossibili da incontrare.

Ovviamente tutto questo è un'illusione. La vita non si ferma mai, ma è possibile che passi senza avvertirne troppo lo scorrimento, o addirittura annullandone la piena consapevolezza, proprio rifugiandosi nel mondo delle immagini.

Qualsiasi altra.

Leggendo diversi saggi di autorevoli studiosi italiani e stranieri, si incontra facilmente la questione delle questioni: il rapporto tra fotografia e arte.

A seconda del momento storico in cui il saggio è stato scritto si oscilla in genere tra una posizione che si potrebbe definire per comodità "pittorialista", la quale vede nel fotografico il proseguimento della pittura con altri mezzi, e quella "concettuale", che considera l'immagine automatica estranea alle logiche della pittura e anzi perfettamente antipittorica, secondo la linea d'azione e pensiero inaugurata dal pittore pentito per eccellenza: Marcel Duchamp.

Tra questi due estremi si rincorrono nei decenni le tendenze nelle opere di chi dipinge e di chi fotografa con intenzioni artistiche.

Qui penso stia il punto interessante: le intenzioni. Mentre dipingere è una pratica che si svolge, oggi più che mai, tutta all'interno del sistema delle arti, il fotografare coinvolge milioni e milioni di persone, in aumento esponenziale, che prendono immagini automatiche completamente al di fuori di quel sistema.

Questa immensa disparità numerica tra le intenzioni dei pochi che "fanno arte" e le moltitudini che "fanno la loro vita", richiederebbe di poter ripensare in altri termini il rapporto con il fotografico. L'ipotesi che trovo al momento più interessante è quella che vede nella centralità dell'esperienza delle cose il punto discriminante.

Il terreno d'incontro non sarebbe più tanto quello pittorico, e quindi artistico, quanto quello iconico. Come ogni altra icona, anche quella fotografica è governata dalla composizione. Diversamente però dalle altre icone, qui la composizione è solo una questione operativa, non una finalità espressiva. La finalità espressiva è nell'esperienza che necessariamente deve comunque avvenire, per poi poterne ottenere una traccia visiva coerente. Quindi, in sintesi, l'icona fotografica sarebbe un mezzo tecnologico per trasferire esperienze dirette, che siano esse strettamente private, familiari, sociali, politiche o qualsiasi altra.



Esattamente al contrario.

C'è stato un tempo qui in Italia, in cui se un giovanotto portava i capelli lunghi veniva chiamato "capellone" e gli venivano attribuiti tutta una serie di atteggiamenti trasgressivi, in genere sessuali, come se fossero connaturati alla lunghezza di quei capelli. Dopo vennero i baffi, e i baffuti furono preferibilmente associati alla violenza del terrorismo, in specie di sinistra.

Accade ogni volta che qualcuno "interrompe" le consuetudini di una comunità e inizia a seguire comportamenti ad essa estranei. Perché questo accada l'interruzione dev'essere prima di tutto visibile sul corpo. Per gli umani il corpo non è solo l'unica manifestazione possibile di esistenza fisica, ma anche una specie di lavagna sulla quale disegnare la propria identità. Coprire il corpo, inciderlo, dipingerlo, deformarlo, serve sempre e comunque per divenire l'immagine di se stessi. Di come si è, o si vorrebbe essere considerati dalla comunità.

La mescolanza delle culture nella società globale ha accentuato il fenomeno e nella dispersione degli individui, sempre più urbanizzati e interconnessi sulla rete, le identità si sono moltiplicate in modo esponenziale. Mai come oggi la molteplicità di immagini e identità ad esse connesse è stata così grande. Per questo motivo proprio in questi tempi si scatena la reazione assassina di chi vuole che il mondo giri esattamente al contrario.

Polvere di bit.

Si prendono sempre più fotografie durante l'esistenza. Un gesto ripetuto e compulsivo senza il quale sembrerebbe di non completare degnamente l'esperienza vissuta. Sempre più fotografie rimangono quindi dimenticate nelle memorie degli smartphone, negli hard disk o in quei cimiteri virtuali che sono le "nuvole di gigabyte" gentilmente messe a disposizione sulla rete.

Prima dell'arrivo del file digitale non accadeva nulla di diverso. Le fotografie erano inevitabilmente degli oggetti di carta, stampati da negativi che andavano rigorosamente persi chissà dove. Restavano però le stampine dimenticate in qualche scatola o cassetto. I più fortunati avevano in famiglia dei curatori della memoria, sovente femminili, che allineavano con delicatezza nei fotoalbum tutte le fotografie che potevano contribuire ad illustrare le gesta e il grado di parentela di ogni familiare ripreso durante gli eventi e le riunioni.

Proprio da lì viene quella che è stata fino ad ora la funzione sociale forse più importante del fotografico. Non la qualità estetica, non l'importanza dell'evento, non la rarità dei fenomeni fissati, ma la registrazione inconsapevole di ciò che era e poi non sarà più. La presenza di una futura assenza, non prevista e pensata durante la ripresa.

Così in una fotografia si può ritrovare un volto tanto amato e scomparso troppo presto. Così da quel dettaglio ingrandito si può riannodare un filo, anche se sottile e ridotto a traccia visiva, con quella persona, con quel momento della vita.

Questa preziosa funzione è oggi sotto la minaccia di essere perduta per sempre. Cosa resterà dei flussi digitali? Polvere di bit.