REST 13/12/2015

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REST contains photographs without words.
The photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.

REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.

REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.

Photographers:
Sergio Creazzo, Michela Ghio, Vincenzo Labellarte, Giovanni Minervini, Ettore Moni, Violetta Tonolli.


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REST

13/12/2015

Format: US Letter.
64 pages; 53 colour plates.
ISBN: 9781364744373.
Blurb.com


Previous issues:

REST 9/8/2015






REST, ©2015 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved


Che resti tale.

La componente dell'esperienza diretta delle cose è fondante nell'immagine fotografica. Tutto origina dalla presenza del fotografante di fronte al fenomeno. Non è tuttavia sufficiente perché da questo derivi un'immagine di qualche interesse.

Senza un percorso di sistemazione compositiva e concettuale, l'immagine rimane inerte e silente. L'inerzia è sterile e va quindi rimossa già in fase di ripresa ovvero con un successivo intervento sul visivo e sui concetti che governano l'immagine. Il silenzio è invece bene che resti tale.

Equivoci non indifferenti.

Raccogliere qualcosa che attira l'attenzione è un gesto atavico. Avviene un incontro tra un flusso di coscienza individuale e un oggetto sensibile. Dall'incontro origina una scintilla d'attività che spinge alla raccolta, alla conservazione. In questo senso, si può pensare che l'oggetto contenga qualche elemento suo proprio che lo rende differente e più prezioso di altri. In realtà questa differenza non è tanto nell'oggetto, quanto nella reazione che si scatena all'interno del corpo, della mente, di chi lo raccoglie. L'esibizione di una serie di oggetti raccolti è quindi anche una mappatura della mente del presentatore, dei suoi meccanismi di funzionamento e selezione.

Nel caso del fotografico ad aumentare la complessità interviene il metodo impiegato che influenza sempre quanto viene raccolto. La percezione visiva si riduce a quella ottico-tecnologica, diversa e più limitata di quella possibile al sistema occhio/cervello. Una raccolta di fotografie è per questo motivo non solo una mappatura della mente di chi raccoglie, ma anche una forma di normalizzazione culturale dell'esperienza individuale mediata dal congegno e dalle sue logiche di funzionamento.

Non tenerne conto, porta ad equivoci non indifferenti.

Il perfetto conformismo realizzato.

La mente umana pensa in continuazione. Nello stato di veglia come durante il sonno. L'affollarsi dei pensieri comporta a volte una notevole fatica psichica. La maggior parte degli umani ha provato questa fatica. Come ogni altra attività, l'esercizio migliora la resistenza e diminuisce la fatica. L'abitudine al pensare è quindi benefica. Non basta però pensare a casaccio, pensare alla prima cosa che capita.

L'organizzazione del pensiero secondo linee razionali di sviluppo, non necessariamente costanti, rende ottimale il lavoro della mente e tende a ridurre la fatica. Perché questo accada, devono verificarsi alcune condizioni favorevoli. La prima è la presenza, o costruzione, di uno spazio mentale vuoto. La seconda è la libertà direzionale, senza che alcuna via di pensiero sia preclusa a priori. La terza è l'astrazione dall'esperienza sensibile di dati fisici da sottoporre all'elaborazione concettuale. La quarta è l'impassibilità, l'allontanamento dalla necessità impellente di un risultato utile immediato. La quinta è l'apertura al contributo dell'inconscio. Questo ultimo punto richiede che il pensiero possa essere interrotto e ripreso per dar modo alla mente di sedimentarlo ed esporlo all'attività più profonda e non direttamente traducibile in pensiero o linguaggio scritto/verbale. L'intuizione si forma così.

Il frutto del pensare può essere solo interno o, più spesso, diviene l'origine di azioni esistenziali che possono variare dall'espressione fisica diretta, all'espressione linguistica, fino all'intervento concreto per l'alterazione di cose, luoghi o relazioni.

Il contrario di questa primaria attività mentale umana è l'alienazione provocata dalla ripetizione quotidiana di pensieri sempre rigorosamente identici provenienti dall'esposizione a fonti linguistiche o comportamentali esterne.

Tra i fattori più negativi, solo per citarne alcuni in ordine sparso, vi sono le letture, recitazioni o ascolto, in modalità rituale e ripetuta, di testi a carattere ultimativo, come quelli religiosi; l'esposizione a messaggi mediatici reiterati, come nel caso di messaggi pubblicitari o news ridondanti e sempre identiche; l'obbedienza a regole fissate da altri e alle quali non sia possibile contravvenire pur non comprendendone la razionalità, come nel caso dell'istruzione militare, di una rigida educazione familiare o di un mansionario aziendale.

In buona sostanza, i sistemi sociali degli umani sono organizzati per produrre una notevole riduzione del pensiero individuale e per ottenere comportamenti accettabili e funzionali al sistema stesso. Quando questo accade in maniera massiva siamo di fronte a sistemi totalitari di matrice militare, economica, ideologica o religiosa. Quando accade in modo più blando e permissivo, siamo nell'ambito di sistemi sociali di compromesso tra la necessità della loro sopravvivenza e un certo grado di libertà di pensiero ammessa, utile peraltro a migliorarne il funzionamento, almeno in una prospettiva generazionale.

Pensare è inevitabile per ogni essere umano, pensare sempre le stesse cose, così come ci vengono presentate alla mente dal sistema sociale a cui apparteniamo, riduce le nostre potenzialità intellettuali fino a spegnerle del tutto. Durante lo spegnimento, la fatica si sente sempre di più, fino ad essere così intollerabile da preferire ad essa l'assenza di pensiero individuale, cioè il perfetto conformismo realizzato.





Benvenuti nel vuoto.


Leer è una cittadina della Frisia occidentale tedesca. Pulita, ordinata, banale. La vita vi scorre regolare, senza imprevisti eccessivi. Leer in tedesco significa "vuoto" e proprio questo è il soggetto delle fotografie di Nico Baumgarten.


Il suo libro di 224 pagine, interamente realizzato a mano dall'autore, contiene una rilevazione tipologica, secondo la migliore tradizione sanderiana/becheriana, però con un pizzico di ironia in più che lo avvicina in qualche modo allo Stephen Shore di American Surfaces. Si può acquistare il libro di Nico direttamente sul suo sito e farlo quindi è anche il sostegno migliore che si possa dargli.


Grazie alla volontà, e all'intelligente impegno culturale dello Studiobild di Torino, per un mese circa è possibile avvicinare l'opera di Baumgarten nella mostra personale allestita in via Lombroso 20/a.


Lo scorrere delle immagini, in apparenza neutrali secondo i dettami dello stile documentario, comunica il sentimento opprimente di una vita materiale senza scampo. Benessere inteso come affrancamento dai bisogni fisici primari, ma nell'assenza totale di ogni dimensione ideale e spirituale dell'esistere.


Forse proprio a Leer è possibile rintracciare alcune delle radici dalle quali la vitalità giovanile può anche volgersi disperatamente verso esperienze di radicalizzazione estremista e autodistruttiva. Fuga assoluta da un nulla quotidiano. Da una noiosa, e sempre più lunga, attesa del proprio turno di morire. I famosi "valori dell'Occidente" ridotti ad una infinita ripetizione di: "Come va? Bene, grazie e tu?".


In mostra c'è un elenco redatto da Nico che enumera i soggetti fotografati e dai quali ha estratto le immagini del libro. Spiccano: 34 panetterie, 24 negozi di parrucchiere, 16 venditori di kebab e 11 venditori d'auto. C'è ovviamente anche Mc Donald's, poi una libreria pubblica e una sala cinematografica.

Benvenuti nel vuoto.



Nico Baumgarten
LEER

Studiobild
Via Cesare Lombroso 20/a Torino.

Fino al 20 dicembre 2015.

Orario:
tutti i giovedì dalle 15.00 alle 21.00
oppure su appuntamento (cell. 340 824 06 22).

Ingresso libero

Nostalgia delle diapositive.

C'era una volta la diapositiva a colori.

Era una pellicola che si metteva dentro le fotocamere, capisco che oggi aprirne una sia considerato strano, e dalla quale si ottenevano immagini finite, cioè già con i colori giusti e con i toni corretti. Era un'epoca felice nella quale il fotografo non doveva fare nient'altro che prendere sul campo una buona fotografia esposimetricamente perfetta. Sì, perché anche solo un errore di mezzo stop poteva rendere troppo chiara o troppo scura l'immagine. Non c'era modo di rimediare dopo. La "postproduzione" non esisteva. Qualcosina si poteva fare stampando in Cibachrome o facendo le scansioni per la stampa offset, ma se la dia era sbagliata i laboratori ti dicevano che la colpa era tua, e, se potevi, dovevi rifarla. Nella professione nessuno si sognava di usare le negative a colori perché chissà che colori avevano. Al limite si facevano delle stampe e solo da lì delle scansioni, ma era più lento, costoso, e quindi malvisto.

Poi arrivò il digitale e siamo all'oggi.

La notizia del momento è che l'Agenzia Reuters ha appena definito una nuova linea di condotta per i suoi fotogiornalisti: basta RAW, solo JPG grazie. Sì, ufficialmente viene scritto che si deve all'immediatezza di trasmissione del JPG. In realtà, lo so, lo sento, c'è tanta, ma proprio tanta, nostalgia delle diapositive.

La origina e contiene.

Le immagini sono il particolare metodo usato dagli umani per organizzare, memorizzare e dare senso alle loro percezioni. Precedono ogni linguaggio, hanno sede nel corpo e non serve null'altro che una mente perché esistano, anche senza alcuna consapevolezza.

Tutto può diventare immagine. Non tutto è immagine. L'immagine è una cesura, un'estrazione, una riduzione, una separazione dal contìnuum esistenziale delle esperienze indifferenziate. L'immagine non è necessariamente visiva e nemmeno visibile all'esterno del corpo che la origina e contiene.




Non è così assoluta.

Si vive talmente circondati da immagini automatiche da considerarle immagini e basta, come se il fatto che siano di matrice ottica non comportasse nessuna differenza sostanziale con qualsiasi altro tipo d'immagine.

Eppure il fatto che un'immagine sia la traccia visiva durevole di ciò che un sistema ottico può prelevare dalla luce contiene un preciso risvolto ideologico che finisce per condizionare il pensiero umano, quando non se ne sia consapevoli.

Vedere è un'attività complessa che coinvolge tutto il corpo a partire dagli occhi. L'elaborazione che il cervello realizza a velocità incommensurabile tiene però conto non solo di ciò che arriva dai nervi ottici, ma anche delle altre informazioni sensoriali. I movimenti stessi del corpo influiscono sulla sintesi che chiamiamo "vedere".

Tutta questa complessità sempre in azione con un dinamismo sorprendente non è riducibile alla sola componente ottica. Una fotografia questo fa. Opera una riduzione di complessità, abolendo dinamismi, informazioni sensoriali, tridimensionalità, tempo. Tutto si riduce alla proiezione su un piano di un cono visivo.

Ecco che questa riduzione produce una conoscenza ideologica del mondo. Una supremazia scopica che nell'esperienza umana delle cose non è così assoluta. 


Paratissimevolmente.


Una domenica tra ordine e caos, come promette e mantiene Paratissima 11. Il tutto però condito da una piacevolezza ben orchestrata dagli organizzatori. Intendiamoci, niente di paragonabile con le altre fiere d'arte contemporanea di questi sovrabbondanti giorni torinesi. Qui possiamo parlare di "animazione artistica" in senso ampio. C'è di tutto per tutti. Un vero suk dell'artistico.
Il primo dato positivo da segnalare è proprio la capacità degli organizzatori di accogliere il pubblico con gentilezza, efficienza, disponibilità e cortesia. Gli spazi poi sono stati molto ben distribuiti e contribuiscono non poco alla riuscita dell'evento.


Per la prima volta quest'anno Paratissima si svolge nel salone Giovanni Agnelli del Torino Esposizioni. Un luogo che ancora oggi trovo incantevole, pur avendoci messo i piedi fin dalla più tenera età.
Come pochi altri è talmente arioso e luminoso da far dimenticare di essere al chiuso. Se poi, come oggi, fuori c'è una giornata di sole splendente, ecco che il salone emana la più intensa luminosità di cui è capace. Fu davvero geniale l'intuizione dell'ing. Nervi. Spero per questo diventi sede permanente di Paratissima invece di tornare al colpevole abbandono a cui lo condanna il comune di Torino, insieme a quell'altra perla del Palazzo del Lavoro, o anche il gioiellino dell'ex Borsa Valori. In comune investono, il meno possibile, in arte contemporanea, però lasciano alla distruzione vandalica fior di architetture moderne.


Ma torniamo a Paratissima. Per una famiglia, e ce n'erano molte con un bello sciamare di bimbi, l'occasione è davvero ottima per passare del buon tempo divertendosi, ma non in modo banale. In questo senso, mescolare pittura, scultura, installazioni, performance, artigianato di qualità, musica, danza, fotografia e, perché no, patate ripiene, gelati e buon caffè, è stata una scelta azzeccata.


A dare tono alla manifestazione sono però le presenze di gallerie, associazioni e istituti del mondo artistico. Grazie a loro si vedono opere selezionate e di qualità. Quando invece si passa ai settori dove chiunque può esporre, ecco che arriva il caos o meglio, la fiera delle vanità. Artisti si può essere o anche solo sentirsi. Vestirsi in un modo diverso dal solito, esporre, partecipare agli eventi è pur sempre uno stile di vita che attrae molto. Che poi da questo emerga anche davvero dell'arte è solo una delle probabilità e nemmeno la più frequente. Comunque facendo un po' di slalom, pezzi buoni se ne incontrano.


Tra quelli che porto via con piacere, certamente ci sono le opere fotografiche di Phillip Toledano, arrivate dal festival Cortona On The Move e tre grandi Basilico dalla sua serie su Beirut. Giusto per citare solo un paio di esempi.


Non penso comunque che Paratissima abbia qualcosa a che fare con Artissima, se mai l'ha avuto. Per questo motivo potrebbe anche essere fatta in un periodo dell'anno meno denso di appuntamenti e magari protrarsi anche di più nel tempo. Il suo pubblico, molto torinese, penso che lo abbia già  e che lo possa anche aumentare senza problemi.


Artissima e gli altri.

Ieri gran tuffo in Artissima. Oggi è stata la volta di The Others e della sua sezione staccata Exhibit. Poi ci sarà tempo di riflettere con calma, ma così, a caldo, l'impressione è di una certa perdita di freschezza della principale alternativa ad Artissima.

Dopo il primo anno eclatante, The Others aveva mantenuto nelle edizioni precedenti un livello di proposta stimolante, almeno suoi valori nuovi ed impossibili da presentare nel format di Artissima. Quest'anno mi pare invece che, a parte singole gallerie ed artisti che lavorano sempre a livelli alti, per il resto ci sia della ripetitività, quando non della fuffa bella e buona.

Diciamo che se il trend continua così, nel giro di poche edizioni vi sarà un ripiegamento tale da non giustificare più di tanto questa offerta d'arte contemporanea attorno all'unica vera mostra di valore internazionale.

Flashback merita.

Giusto due parole per dire che Flashback al PalaAlpitour (aka PalaIsozaki) merita una visita. Un mix estremamente gradevole di arte storica, moderna e contemporanea, il tutto allestito con notevole eleganza.

Mi rendo conto che in questo furibondo fine settimana torinese c'è da vedere oltre l'umanamente possibile e ogni anno "l'affare s'ingrossa" sempre di più. Nonostante questo, ritagliatevi un momento di relax nel posto giusto. A me ha fatto solo del bene.

Per le info, cliccate qui:
http://www.flashback.to.it/

Facciamoci del bene.

"Le parole sono importanti!" gridava il Nanni Moretti pallanuotista nel film Palombella rossa. Lo sono talmente che la spiegazione della loro etimologia può condizionare il pensiero sino a fuorviarlo.

Sovente leggo, e sento dire, che la parola fotografia deriva dal greco antico e si compone di due parole che significherebbero in italiano "luce" e "scrivere", per cui fotografare equivarrebbe a "scrivere con la luce". Da qui fiumi di altre parole, ben più di mille, con cui si tenta di convincere l'incauto fotografante che sarebbe un "romanziere luminoso".

La deriva filo-letteraria attuale, quella dello storytelling per intenderci, non fa che ribadire il concetto e lo rafforza immaginando che le singole fotografie siano meglio "leggibili" se disposte secondo serie o sequenze, come le parole o le frasi di un testo scritto. Al nostro fotoromanziere, se con la luce ci fa delle fiction, o fotosaggista, se invece vuole documentare qualcosa, si insegna quindi come impostare il suo testo visivo, quali capitoli vanno prima e quali dopo. Il risultato finale è una sorta di letteratura a fumetti fotografici, dove le icone hanno ormai quasi solo la funzione che ebbero nella nobile arte del cantastorie siciliano: servono a illustrare le parole, a segnare i passi dove il narratore deve gridare le gesta del prode Orlando.

Peccato che l'etimologia greca della parola "grafia" non sia scrivere, bensì disegnare (dal greco γραϕία, disegno). Chiunque tenti di tracciare dei segni su una superficie, anche solo con le dita sporche su un muro, sa bene che tra disegnare e scrivere passa una bella differenza. Si può saper scrivere un racconto, ma non saper disegnare nemmeno un fiorellino. Qui poi a disegnare non è nemmeno l'umano, ma una macchina. Ancora peggio. Il fotografante quindi non solo non è uno scrittore, ma nemmeno sa disegnare. La luce che passa dall'ottica dentro la fotocamera lo fa per lui.

Ripartiamo da qui, facciamoci del bene...




Anche per un solo istante.


Le fotografie possono essere guardate per un tempo brevissimo. Con un poco di allenamento si possono scorrere su un monitor o un display ad una velocità attorno al secondo riuscendo a cogliere le figure che contengono, anche se sono molto piccole. Esperienza ormai comune sui social.

Questa "velocità di visione" dell'immagine fotografica fissa sta alla base del suo successo sulla rete, superiore persino al video e alle immagini grafiche tradizionali.

Un'ipotesi che coltivo è che a dare simile forza alle fotografie è proprio la loro apparente somiglianza con l'esperienza diretta del guardare. Si possono guardare le fotografie come si guarda direttamente qualcosa, anche per un solo istante.