Il lato oscuro delle icone.

A Torino, da NOPX, è arrivato Ashkan Honarvar, un iraniano, cresciuto e residente nei Paesi Bassi. Ashkan compone delle particolari opere visive usando l'antica tecnica del collage. Il materiale iconografico che ritaglia e ricompone è tratto da antichi libri di varia scienza.


C'è in effetti da stupirsi che qualcuno si metta ancora lì con mezzi manuali, e tanta pazienza, a fare quello che oggi un flusso digitale permette di realizzare con superiore precisione e meno tempo.


La forza concettuale di questa operazione sta proprio nel rivendicare una lentezza di azione e pensiero che portano molto lontano e verso opere uniche, ciascuna diversa dalle altre.


La procedura, apparentemente anacronistica, rafforza il materiale visivo antico e dalla loro somma emerge la visionarietà dell'artista, rimescolando in ogni direzione inattesa e inattendibile le figure originali.


Domina un senso di inquietudine, un disorientamento iconografico, come spesso accade con collages e fotomontaggi. Qui però la sapienza dell'artista sta nel trovare un punto di sintesi tra la raffinata matrice decorativa della sua terra d'origine e la figurazione occidentale. Proprio così può diventare visibile il lato oscuro delle icone.



Ashkan Honarvar
ON THE DARK SIDE

NOPX|Limitededitionpics
Via Guastalla 6a, Torino.

La mostra è visitabile fino al 28 novembre prossimo, anche su appuntamento.

Info.
Cell. 328 705 5257
info@nopx.it
www.nopx.it








Fotografia plurale.

Mai come oggi le pratiche e le teorie del fotografico vivono una diffusione planetaria. Certamente Internet sta cambiando anche questo insieme alle mille altre cose dell'umanità su cui esercita un'influsso determinante. Gli storici del futuro, se avremo un futuro, potrebbero anche dividere i loro racconti, pardon storytelling come si usa dire oggi, in epoche prima e dopo l'avvento della rete.

In questo senso, continuare a pensare ed agire in funzione di ipotetiche culture "nazionali", sta perdendo sempre più di significato. Oggi i riferimenti di chi svolga una qualsiasi attività autoriale sono facilmente altrove rispetto a dove nasce o vive.

Per questo motivo, le iniziative di retroguardia, di sapore vagamente agroalimentare, per le cosiddette "fotografia italiana" o "fotografia europea", mi appaiono inutilmente fuori tempo massimo. Dopo il Novecento si chiude il periodo delle identità nazionali o continentali e si apre quello dell'identità globale, vissuta da individui connessi via web in ogni dove. Certamente permangono declinazioni diverse da persona a persona, ma su basi di natura squisitamente privata e autobiografica. Anzi lo stesso sostantivo "fotografia" presuppone un'unitarietà ormai talmente impossibile da poter essere considerato come fosse sempre declinato al plurale.


I volti femminili di Omar Galliani.

Fino al 28 novembre sono esposte alla Galleria Manzoni di Torino una trentina di opere di Omar Galliani. Sono volti femminili ricavati da fotografie, almeno così ci viene detto, realizzati con la tecnica monocromatica della grafite su legno con apposizioni di segni rossi sempre diversi.



La consistenza materica delle opere è talmente lieve e raffinata da trarre in inganno l'occhio, spostando l'attenzione verso l'osservazione distaccata che di solito si riserva a delle fotografie, ma gli interventi cromatici riportano tutto al disegno e alla pittura. Sono oggetti fisici e concreti nei quali è la mano dell'artista a determinare tutto quello che si vede.


L'icona, di natura fotografica, serve quasi solo da vetrina seduttiva, per far avvicinare all'opera; solo avvicinandosi difatti, e sostandovi di fronte per un tempo abbastanza prolungato, si può davvero apprezzarne la forza visiva. Galliani lavora sulle sue immagini apportandovi quello che il fotografico non può avere: la libertà di una materia disposta direttamente attraverso la mano guidata dalla mente di un essere umano.

























In questo senso, la mostra contiene una linea di demarcazione concettuale tra l'icona fotografica e quella tradizionale, rendendo per questo la sua visita un'esperienza consigliabile.




OMAGGIO A OMAR GALLIANI
Galleria Grafica Manzoni
Via Alessando Manzoni, 27/g – 10122- Torino

Fino al 28 novembre 2015.

Orari.
9:30 – 13:00 / 15:30 – 19:30
Domenica e lunedì mattina chiuso.

Info.
Tel. 011.545051
www.graficamanzoni.it

Ingresso libero, catalogo in mostra.

Dall'Africa all'Africa.


Sarà visitabile fino al 17 gennaio 2016 la mostra "African Style", allestita nel recentemente restaurato Palazzo Salmatoris di Cherasco, in provincia di Cuneo.


La formula dell'esposizione curata da Anna Alberghina e Bruno Albertino è particolarmente interessante. Accanto alla collezione di arte africana tradizionale appartenente ai curatori — due medici torinesi affetti dal "mal d'Africa" —, vengono presentate anche opere di arte africana contemporanea, a cura di Cesare Pippi, e in rapporto dialettico con esse dialogano opere di artisti e fotografi italiani ed europei.


L'effetto sul visitatore, amplificato anche dalle sale affrescate, è particolarmente suggestivo. Si passa attraverso un assomarsi di figure antiche e attuali che sembrano quasi intente più a guardare che essere guardate. Una folata di sensazioni, colori, forme attraversa il percorso e si deposita di volta in volta in un dipinto, una maschera, un feticcio, una stampa fotografica.


Lo stile africano che rimane impresso indubbiamente è qualcosa di vitale, una corrente di energia primordiale che non si esaurisce nel continente d'origine, ma trasforma e assorbe qualsiasi cosa incontri, in  modo felicemente inarrestabile.


Un bagno d'umanità che può far solo bene a chi si renda disponibile a farlo. Utile anche per lavarsi via tanti pregiudizi alimentati qui da noi da chi ignora, vuole ignorare vorrei dire, la grandezza della terra da cui tutti proveniamo, in quanto appartenenti alla "razza umana". (Einstein docet)























 


AFRICAN STYLE
Dall'Arte africana tradizionale
all'Arte contemporanea

A cura di
Anna Alberghina
Bruno Albertino
e
Cesare Pippi
(per la sezione arte contemporanea africana)

Dal 17 ottobre 2015 al 17 gennaio 2016

Palazzo Salmatoris
Cherasco (CN)

Artisti:
Anwar, Mohamed Charinda, Titti Garelli,  Marian Heyerdahl, "Cartoon" Joseph, George Lilanga, Maurus Michael Malikita, Plinio Martelli, Damian Msagula, Ugo Nespolo, Renza Sciutto.

Fotografi:
Anna Alberghina, Phil Borges, Tomas D. W. Friedmann.

Orari.
Dal mercoledì al venerdì: ore 14:30/18:30.
Sabato, domenica e festivi: ore 9:30/12:30 - 14:30/18:30.

Info.
Tel. 0172.42.70.50
ufficio.stampa@comune.cherasco.cn.it

Ingresso libero, catalogo in mostra.


Siamo quello che mangiamo.


Ormai c'è solo una settimana per poter visitare la mostra collettiva "Quid edamus, quid sumus" curata da Daniela Giordi ed allestita nell'ex Salone Consiliare di Carignano, in provincia di Torino.


Nonostante il poco tempo a disposizione, desidero lo stesso invitare chi mi legge, ed è a portata chilometrica, a fare uno sforzo per esserne poi ripagato da qualcosa di molto stimolante. Cosa ormai piuttosto rara di questi tempi.


Giordi mette insieme dodici "apostoli" sul tema del cibo — oggi quasi obbligatorio lo so, ma l'Expo milanese finirà presto, per fortuna — e un delizioso piccolo corpo di fotografie storiche. Nell'insieme delle proposte si rintraccia facilmente il gusto e la storia della curatrice, che per anni ha saputo presentare al pubblico torinese autori di notevole interesse con le varie stagioni espositive della galleria ABF|Scatola chiara.


Si va da tradizionali stampe fotografiche incorniciate ad installazioni vere e proprie, passando per oggetti d'artista. Nell'insieme la sensazione è di estrema apertura al possibile. A quanto può circondare ed espandere l'esperienza dell'atto fotografico contamindandolo con ogni ripensamento concettuale. L'immagine diviene luogo e oggetto, la traccia ottica chimica, o digitale, rientra nel mondo reale come sua parte significativa, o almeno indicativa, di quanto c'è da scoprire anche nel momento più apparentemente banale e umile dei nostri giorni.




QUID EDAMUS
QUID SUMUS
Fotografie per nutrirsi

A cura di Daniela Giordi

Paola Agosti, Bersezio & Olivero, Franco Borrelli, Simone Casetta, Claudio Cravero, Matilde Domestico, Pierlugi Manzone, Paolo Minioni, Zoltan Nagy, Guglielmina Otter, Giacomo Vanetti, Natale Zoppis.

Fotografie storiche dalla Collezione Adriano Silingardi.

Ex Salone Consiliare
Piazza San Giovanni 9
Carignano (TO)

Orari di visita:
giovedì e domenica 10-13;
venerdì e sabato 15:30-18:30;
su appuntamento (cell. 334 162 6741) .

Fino al 25 ottobre 2015.

Ingresso libero.


Il futuro è adesso.


In meno di un anno sono usciti nelle sale due film americani di fantascienza in un certo qual modo complementari: Interstellar (2014) di Christopher Nolan e The Marzian (2015) di Ridley Scott.

Sostanzialmente per tutto il Novecento il sistema audiovisivo americano ha tenuto fede al suo ruolo sociale di "costruttore" dell'immaginario collettivo nazionale, ma anche internazionale. L'America, gli States, sono prima di tutto un insieme di immagini in movimento, anche quando sono fisse. Si muovono nelle coscienze di ogni umano che le incontri e ne rimanga attraversato, non importa se vive in Ohio, a Canicattì o a Kuala Lumpur.

Il potere visivo di questo flusso iconografico è particolarmente forte nel genere cinematografico della fantascienza. Così tanto da ispirare persino la politica internazionale, come nel caso del famoso bluff del Presidente Ronald Reagan sullo Scudo Spaziale o le strategie militari (la tecnologia Stealth, per esempio).

Nella fantascienza al cinema scorrono anche i sentimenti prevalenti sul nostro domani. Come nel caso di chi prenda fotografie, ogni immagine è al contempo una finestra e uno specchio. Contiene la traccia visibile di ciò che si pone davanti alla camera, ma ancor di più il modo di pensare e vedere di chi la manovra. Così i due film di Nolan e Scott sono il lato negativo e quello positivo di ciò che si pensa ci debba aspettare.

Entrambi contengono un futuro ostile. Per Nolan la terra sta diventando inospitale, mentre per Scott il futuro è in un pianeta inospitale, come Marte. Entrambi convergono nel ritenere che siamo di fronte a cambiamenti irreversibili e mortali. D'altronde i fenomeni naturali ritenuti  "eccezionali" sono in costante aumento e i notiziari ce lo ricordano quasi ogni giorno. Nolan prefigura una migrazione, almeno genetica. Scott canta le lodi della NASA, con simpatico aiutino dei "nuovi amici" cinesi (i comunisti "buoni", da contrapporre ai russi ex comunisti, ma tornati nella lista nera e quindi mai nemmeno citati nel film, nonostante che oggi la Stazione Spaziale Internazionale venga rifornita proprio con le loro tecnologie cosmonautiche).

Interstellar propone il tema della temporalità relativa come chiave della soluzione, The Marzian mostra che tutto sommato abbiamo poco in mano, solo la scienza e la tecnica attuali, che sono proprio l'unica opzione disponibile. Quindi un'umanità sola con se stessa in un universo oscuro e ostile, come è sempre stato d'altronde.

Più fideistico e quindi religioso, almeno in certa misura, il film di Nolan. Fieramente filoamericano, ma razionalista, e quindi ateo, quello di Scott. Paradossalmente Blade Runner (1982), forse il capolavoro di Ridley Scott, nel suo cupo neo urbanesimo di umani e androidi, era più possibilista. Ma c'era il comunismo da sconfiggere e un altro mondo - magari non magnifico, ma almeno progressivo - sembrava ancora davvero possibile.

In sintesi, il flusso iconografico fantascientifico di marca statunitense sta iniziando lentamente ad inocularci la sensazione interiore che dobbiamo davvero prepararci al peggio perché non c'è più tempo: il futuro è adesso.


Le rovine dell'IPCA.

Nell'ambito della 18ª edizione del Festival Cinemambiente Torino si è inaugurata martedì 6 ottobre scorso la personale di Ivan Catalano.


Sono esposte stampe fotografiche di riprese realizzate nell'ex fabbrica dell'IPCA (Industria Piemontese dei Colori di Anilina) di Ciriè, provincia di Torino.


L'intento di Ivan Catalano è quello di documentare  "lo stato delle cose", là dove i luoghi e gli oggetti sono come ci appaiono in quanto tali, nella loro autonomia, adesso. In questo senso, le immagini certamente contengono elementi visivi che possono dare conto dell'abbandono e del degrado. Tuttavia se fosse solo questo saremmo finiti nel vicolo cieco dell'estetica della rovina, fin troppo in auge in tempi di deindustrializzazione. Dove invece Catalano riesce bene è appunto nella relazione con il luogo e nella restituzione fotografica delle possibilità percettive che proprio l'abbandono e la perdita della funzionalità produttiva lasciano emergere. Una serie di vere e proprie installazioni che nessun artista ha creato, ma non per questo non esistono e non si possono esperire.

























Fotografie dalle rovine dell’IPCA
di Ivan Catalano
con la collaborazione dell’arch. Emanuele Morezzi
testi di Emanuele Morezzi e Annalisa Pellino / Arteco


Dal 6 al 18 ottobre 2015
Circolo ARCI Amantes
Via Principe Amedeo 38/A, Torino


Fino all'11 ottobre prossimo l'ingresso è libero, senza tessera.
Orario: dalle 18.00 alle 3.00 (domenica e lunedì chiuso).






Per non distruggerla all'istante.

C'è come un filo, tutto da dipanare, dentro ogni immagine fotografica. Lo si può percepire meglio nelle immagini più silenziose.

Non è affatto detto che dipanarlo sia necessario e nemmeno che sia la cosa migliore da fare. C'è come una lieve bellezza in un filo, tutto da dipanare, che va solo inspirata; per non distruggerla all'istante.

Agiscono su di noi.

 C'è una particolarità dell'immagine automatica, altrimenti conosciuta come fotografia, quella di non essere direttamente realizzata da un essere umano, ma da un congegno. L'autore della traccia visiva è quindi una macchina, e in italiano si dice infatti "macchina fotografica". La macchina riceve la luce attraverso un foro, o un apparato ottico apposito, e ne conserva gli effetti con tecniche chimiche o elettroniche.

Questo basta a rendere le immagini automatiche cosa altra rispetto alle immagini tradizionali (quelle "fatte a mano"). Guardare le immagini automatiche come fossero quelle tradizionali è un errore diffusissimo e porta a non comprenderne le novità che da quasi due secoli agiscono su di noi.

Camera è aperta. Entrateci.


Da stasera Camera Centro Italiano per la Fotografia è una realtà operativa. Torino torna così dopo molti anni ad avere un'istituzione dedicata al fotografico. Le basi sulle quali Lorenza Bravetta e Francesco Zanot hanno saputo costruire la loro creatura sono aggiornate e attente a quanto di meglio avviene nel mondo internazionale della fotografia d'autore e non solo. Un robusto sostegno pubblico a livello locale, e degli sponsor privati di spessore, garantiscono un periodo d'avviamento relativamente sereno.

La speranza è che, superato l'entusiasmo iniziale, si riesca a fidelizzare un pubblico sufficiente a dare continuità e successo sul medio lungo termine. Perché questo avvenga non basterà la dimensione torinese, ma servirà una politica culturale quotidiana di respiro nazionale ed europeo. La scommessa è quindi alta, ma non fuori della portata.

Torino sta crescendo in modo costante e coerente verso un sistema economico d'offerta culturale a più livelli che pian piano sta sostituendo le migliaia di operai della ex FIAT con migliaia di studenti universitari fuori sede, convegnisti, turisti, ricercatori, artisti, intellettuali e altre figure qualificate, spostando così l'immagine dalla storica e grigia "città dell'auto" ad una rinnovata "città della cultura e della conoscenza" nella quale sia anche piacevole intrattenersi e vivere. In questa chiave, il tassello che Camera può aggiungere si integra bene e contribuisce per la sua parte ad arricchire l'offerta complessiva.

La serata inaugurale può intanto considerarsi pienamente riuscita, pur con qualche pecca comunicativa di troppo sulle date e sull'accessibilità all'evento. Gli spazi espositivi son stati ben ristrutturati, e soprattutto molto ben illuminati, senza gli inutili sprechi scenografici e di arredo visti altrove. La mostra antologica di Boris Mikhailov, decorosamente allestita, merita una visita attenta. Ci tornerò anch'io di sicuro. La scelta di questo autore per aprire non è stata nè banale nè comoda. Già questo indica che la volontà curatoriale ambisce a superare facili sbigliettamenti, troppe volte inseguiti in altre sedi espositive torinesi.

Camera è aperta. Entrateci.