Una vetrina per due.

Il 23 gennaio scorso si è aperta nello spazio torinese della HulaHoop Art Gallery la prima mostra della rassegna Artisti in vetrina a cura di Edoardo Di Mauro e Rosaria Guadiano. L'iniziativa segue una formula originale che prevede doppie personali durante le quali gli artisti svolgono delle attività e interagiscono con il pubblico negli orari di apertura.

I primi ad esporre sono Michela Ghio, che tra l'altro fa parte del gruppo di Facebook We Do The Rest, e Angelo Barile.


Michela Ghio presenta una selezione di piccole stampe fotografiche, a gruppi di quattro, tratte dalla sua serie dedicata all'autoritratto ironico. Un lavoro in progress che risulta particolarmente gradevole ed efficace per la notevole capacità di Michela di interpretare personaggi e situazioni a mezza strada tra il Pop, il fumetto e la pubblicità vintage. Le scelte iconografiche sono ben curate, ma sempre condotte con un tono apparentemente leggero, quasi scanzonato. Da segnalare l'uso della fotocamera come semplice strumento di restituzione di messe in scena meticolosamente predisposte prima dello scatto. Si ottiene così una credibilità visiva che rende perturbanti i personaggi interpretati dall'artista.


Angelo Barile propone dipinti in vari formati, quasi tutti con incorniciature bizzarre. Ritratti nelle tele vi sono dei personaggi fantastici, derivati da iconografie vicine al mondo del fumetto comico contemporaneo. La citazione del Tim Burton de "La sposa cadavere" è pertinente, anche se l'accento di Barile è molto più gioioso, tutto costruito com'è su faccine spiritosamente "imbronciate". Si sente la sua vena italiana nel concedersi alla festa visiva a discapito di ogni inquietudine tipicamente anglosassone.


In conclusione, l'accostamento in un unico momento espositivo dei due artisti mi appare davvero ben riuscito e in grado di valorizzare i lavori di entrambi.






Artisti in Vetrinacon Angelo Barile e Michela Ghio
MAU Museo d’Arte Urbana di Torino
L’Associazione HulaHoop Torino- Roma

Via Rocciamelone 7/c, Torino.

Fino al 30 gennaio 2015

Orari:
dal lunedì al sabato, dalle 13:00 alle 20:00.
Domenica chiuso.
Gli artisti saranno presenti
tutti i giorni dalle 13 alle 19.

 

Info:
335 6398351 - 320 3542037

info@museoarteurbana.it
www.museoarteurbana.it
http://togaciarte.wix.com/togaciarte

Le scimmie non fanno una brutta vita.


©2012 Fulvio Bortolozzo.
"Chi cerca quello che non deve, trova quello che non vuole". La nostra proverbiale saggezza popolare sancisce da sempre questa banale regola di sopravvivenza. Lo sappiamo tutti, siamo adulti e vaccinati. Ai bambini lo si deve però insegnare e, in famiglia o a scuola, la lezione arriva presto, tra le prime della vita. Articolo uno della convivenza italica: "Fatti i fatti (cazzi) tuoi".

Non mi stupisce quindi che molti compatrioti reagiscano con violente dichiarazioni di dissenso, quando non con veri e propri insulti personali, a vicende come quella recente delle due nostre giovani concittadine rapite in Siria e, per loro fortuna, ritornate sane e salve. Esse non sono state educate a modino ed hanno infranto bellamente il primo articolo della vera Costituzione nazionale, quella non scritta sulla carta, ma nella mente di tutti noi.

Superato lo sdegno per una simile offesa al buon senso comune, prima di archiviare il caso e passare ad altro, nel vuoto siderale di un'autentica riflessione collettiva sugli eventi che ci capitano, c'è forse ancora un poco di tempo per potersi chiedere: "Perché?". Perché due ventenni nostrane sono finite tra le grinfie di un lupo siriano come novelle Cappuccetto Rosso? Addirittura, come nella fiaba, andando di loro spontanea volontà nella tana del lupo, travestito da amico (nonna)?

Tra le risposte possibili, e le peggiori sono già state date in questi giorni, penso si possa anche dire che a condurre vite concentrate solo sui fatti propri si finisce per morire prima del tempo. Morire dentro. Un corpo apparentemente sano ed efficiente dove però chi sta nella cabina di comando è già nella fossa. Niente paura, c'è comunque il pilota automatico delle abitudini, delle convenzioni imparate e fatte proprie alla guida del corpo. Non si rischiano inchini pericolosi perché l'inchino è proprio la posizione che il corpo assume quando è in questa situazione. Una vita alla Bristow, l'impiegato a fumetti inventato dall'arguta matita di Frank Dickens il cui motto è: "M'impiego, ma non mi spezzo". A vivere inchinati, piegati, si corrono molti meno rischi. Lo sguardo si fissa sui propri piedi e non si guarda mai negli occhi nessuno. Si può campare cent'anni senza problemi. Poi muore anche il corpo.

Penso che troppi tra quelli che ora rimproverano Greta e Vanessa siano offesi dal fatto che queste ragazze vogliono camminare erette, vogliono poter guardare negli occhi coloro che invece gli inchinati si compiacciono di sbirciare anonimamente sui media. Esse sono la prova evidente che la vita gli esseri umani possono viverla in posizione eretta. Se però non lo fanno, non succede loro nulla di male, anzi. In fondo, le scimmie non fanno una brutta vita.

L'Europa delle armi.

Paolo Verzone. Una persona che per me non è uno qualsiasi. Ci conosciamo da non troppi anni, ma è proprio l'amico d'infanzia che avrei voluto avere. Ce l'ho adesso e, siccome penso di essere rimasto un po' bambino, me lo godo lo stesso, quando si può. Sì, perché lui vive a Parigi. Anzi in Europa. Una propaggine occidentale insignificante dell'intero continente euroasiatico. Eppure in così poco spazio quante storie son venute fuori nelle generazioni. Lo sanno nel mondo intero perché gli europei sono andati dappertutto e quasi mai in pace.

La guerra per L'Europa è sempre stata una necessità, un modo di vivere, un mestiere, come bene ci raccontò Ermanno Olmi al cinema, e persino un'arte. La guerra, cioè il proseguimento della politica con i metodi coercitivi della violenza fisica organizzata, probabilmente ha radici profonde nel genere umano. Forse è parte stessa della natura umana. In ogni caso, non basta mai abbandonarsi a gesti impulsivi. Tutto va preparato, pensato, organizzato, provato. Ci vuole preparazione, e molta, perché stiamo parlando di paura, paura di morire e di far morire. Le guerre non si vincono quasi mai per motivi puramente fisici, ma più spesso psicologici. L'avversario viene annientato nella mente prima che nel corpo. Ecco perché l'essere umano che debba condurre una guerra ha bisogno di una preparazione specifica. Deve rinunciare a qualcosa della sua umanità per poter diventare efficace nell'azione bellica, ma senza arrivare a ridursi come un robot.


Gli isitituti destinati a dare la formazione militare in Europa, e nel mondo, si chiamano spesso Accademie, mutuando il termine da Platone. Anch'io ho fatto un'Accademia, ma era quella Albertina delle Belle Arti di Torino. A Platone forse non sarebbe piaciuta nemmeno questa, visto come la pensava sulle immagini.


Le immagini tuttavia sono molto potenti e contribuiscono, con il loro mondo parallelo, ad influenzare il pensiero, anche collettivo, sul mondo esistenziale, quello di tutti i giorni. In questo senso, decidere di portare una fotocamera nelle Accademie militari per fotografare i cadetti è un'azione forte, che difatti deve superare lunghe attese e le comprensibili diffidenze dei responsabili di quei luoghi.

Paolo, è sempre stato, ma lo è sempre di più, un autentico guerriero iconico. Un mix straordinario di pragmatismo, idealità, concretezza, pazienza, efficacia, rapidità, intuizione. Ecco perché ora ho tra le mani le oltre 200 pagine di CADETS, un libro intenso e ricco: 170 fotografie prese in 20 accademie di 14 nazioni europee.

In quest'opera, forse come mai prima d'ora, Paolo Verzone riesce a mettere in scena un ritratto ambientato che allo stesso tempo rispetta, descrive e inscrive il soggetto in cristalline geometrie cartesiane. L'essenza stessa della migliore istruzione militare. Un'iconografia che unisce insieme la tradizione, di cui gli ambienti sono ricolmi, con le tecnologie del momento. Tra antichi onori e nuove sfide ogni allievo è allo stesso tempo se stesso, ma anche il soldatino di stagno di un ipotetico diorama ottocentesco.

Personalmente, devo ammettere che la presenza femminile mi turba e nello stesso tempo mi attrae, anche come eros, in una sorta di ossimoro psicologico: il femminile che dona la vita addestrato per arrivare fino a toglierla, se necessario. Va anche considerato che siamo di fronte a fotografie prese ad allievi, quindi a chi si sta preparando ai fatti bellici, ma ancora non ha subito le offese del sangue versato. Siamo solo all'inizio di quella vicenda che trasformerà le persone prima in veterani e poi in reduci.

Mi fermo qui. Ringrazio Paolo per questo suo lavoro e gli appunto sul petto la medaglia della mia stima, che ad ogni progetto diventa sempre più grande.

Rompete le righe!


Il libro, su Amazon France:
http://www.amazon.fr/Cadets-Au-coeur-acad%C3%A9mies-militaires/dp/2732467073






Il problema del genere nelle arti visive.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Proprio in questi giorni nel gruppo di Facebook We Do The Rest si è animato un vivace dibattito sull'esistenza o meno di un genere fotografico chiamato Street Photography. La mia posizione è la medesima da sempre: la Street Photography non esiste. Non tedio i miei manzoniani venticinque lettori con una tirata propagandistica a mio favore, ma ne approfitto invece per allargare il tema al problema del "genere" nelle arti visive.

L'idea di poter classificare l'arte visiva, mutuando il metodo dalle scienze naturali è molto antica. Il metodo in se stesso è anche utile. Serve a ridurre la complessità e vastità della produzione visiva a insiemi più maneggevoli per lo studio. Gli scienziati naturalisti sanno però bene che le classificazioni rimangono provvisorie e soggette alla continua verifica e critica di ogni altro studioso che porti nuove osservazioni ed esperimenti a favore di classificazioni diverse.

Spostando questo approccio dalle scienze alle arti visive, per un paradosso tutto da spiegare, il provvisorio diventa definitivo e le classificazioni si trasformano facilmente in etichette inconfutabili: i cosiddetti generi, appunto. Studiosi d'arte, critici, docenti, collezionisti, tifoserie, tutti i cultori della materia insomma tendono ad alimentare una sorta di Letti di Procuste in cui costringere, a volte con evidente violenza logica, qualsiasi opera ed autore in un preciso posto assegnato e non più facilmente ridiscusso in seguito. Questo fatto alimenta la faziosità e l'identificazione del genere come prima questione critica. A quale genere appartiene questo dipinto? Questa fotografia? Questo disegno?

Il classico carro davanti ai buoi. Uno strumento di analisi e conoscenza che diventa una prigione concettuale nella quale ci si preoccupa solo di assegnare le giuste celle. Per questo motivo, tendo a preferire l'azzeramento della questione dei generi, per favorire una ripartenza dell'attenzione sull'opera e sull'autore di per se stessi, senza iniziare con il dare patenti di appartenenza.

In sostituzione della classificazione in generi propongo l'insiemistica delle tradizioni, dei riconoscimenti diretti e reciproci tra gli autori stessi, ove questo sia possibile, ma sempre e comunque con l'intenzione di mantenere queste linee, queste sonde, in perenne stato di verifica e cambiamento.

Facciamo due passi indietro quindi, per farne davvero uno avanti.

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Ce n'est qu'un début...

©2001 Fulvio Bortolozzo, dalla serie Punti di scarto.
Non penso che la strage al Charlie Hebdo sia un caso isolato. Potrebbero essere isolati gli assassini, forse dei fiori marci di banlieue ghettizzate e fuori controllo, ma temo che sia in atto un cambiamento culturale molto pericoloso. Non a caso ad essere colpiti non sono uomini della politica, delle istituzioni pubbliche, giornalisti d'inchiesta  o militari, ma dei disegnatori satirici. La satira è una componente essenziale della libertà d'opinione e quindi del diritto individuale ad esprimere il pensiero critico, anche quando questo sia particolarmente offensivo verso qualcuno.

Ci sono voluti secoli di lotte per rivendicare prima, e ottenere poi, di poter esercitare questo diritto fondamentale senza doverne subire personalmente delle conseguenze mortali. Poteri religiosi, temporali, economici, malavitosi hanno compiuto crimini efferati prima di doversi arrendere all'evidenza che la persona puoi pure ucciderla, ma le sue idee non muoiono con lei.

Ora però l'orologio della Storia sembra camminare all'indietro. I diritti che si credevano ormai acquisiti per sempre, almeno qui in Europa, vengono sempre più violati, stuprati direi, dal montare collettivo di una insopportazione viscerale per la ragione e per tutto ciò che odora di razionalità, di pensiero critico basato sull'osservazione, lo studio e la conoscenza dei fenomeni.

Come amanti delusi che volgono la passione in odio mortifero, sempre più persone preferiscono gettarsi nelle braccia di qualsiasi credo, per demenziale che esso sia, piuttosto di doversi rassegnare alla semplice constatazione che la responsabilità e il senso dell'esistenza sono affidati solo a noi stessi, senza rimedio.

Siamo soli, ma proprio per questo siamo liberi. La libertà è solitudine, ma non per questo è isolamento, vuoto, paura. Le persone libere possono condividere e unirsi, così come sciogliere legami e in ogni momento decidere della propria vita, al di là di ogni condizionamento morale, sociale, politico, religioso. Dio esiste, siamo noi, uno per uno, per chi la volesse pensare così. Oppure non esiste, non ci aiuta che la nostra coscienza, se c'è. Il fondamento della libertà è in ogni caso la coscienza individuale. Gli incoscienti, gli ignavi, gli ignoranti di questo aspetto, si ribellano invece fino all'assassinio.

Oggi ridere e far ridere per alimentare la coscienza degli individui di pensieri diversi è diventato pericoloso più che mai perché la fiducia collettiva nella libertà di pensiero è venuta meno. Si spaccia per libertà la distruzione della dignità umana. La mercificazione dei corpi non basta più, si mercificano le menti, le emozioni. Il condizionamento mediatico è sempre più sofisticato, l'anestesia del consumo, o del desiderio inespresso di consumo, drogano le vite quotidiane di troppi milioni di umani.

Di fronte a questo disastro sociale e culturale, antiche culture familistiche, come da noi in Italia, o religiose, come nei paesi islamici, reagiscono con violenza, con regressioni terrificanti. Da noi si passa al ladrocinio come sistema di valori non scritto, ma praticato a livello di massa, altrove si pensa alla morte, da dare e ricevere come martirio, come fosse una buona, l'unica, via d'uscita, la soluzione terminale.

Un paesaggio da basso Impero. Un medioevo prossimo venturo ci attende perché chi non impara dai propri errori e condannato a ripeterli in eterno, anche se in forme sempre diverse.

Ce n'est qu'un début...