L'equivoco del soggetto.

©2008 Fulvio Bortolozzo, dalla serie "Un habitat italiano".

Lo so, capita anche a me. Quando mi trovo a passare vicino ad un serbatoio d'acqua fatto a torre, con la sua bella testona grande e le gambette sottili, nella mente mi si illumina un nome: "Becher". Se cammino su una spiaggia d'inverno e guardo alle sue strutture balneari in disuso il nome diventa "Ghirri". Potrei andare avanti, ma ci siamo capiti. Curiosamente nel fotografico avviene una sorta di "privativa d'autore" sui soggetti stessi. Non mi appare necessariamente in testa Vang Gogh quando sono in una sala da biliardo o Fontana (Lucio) tutte le volte che taglio qualcosa.

C'è un equivoco, uno scambio di attenzione, e quindi di identità, tra il visivo fotografico e il soggetto che viene ripreso. Come se le cose nascessero solo quando vengono fotografate e la paternità di questa nascita fosse di chi per primo le ha prese con la fotocamera e ridotte ad immagini di loro stesse per sempre.

In realtà, penso, non esiste nessuna fotografia uguale ad un'altra. Niente è per sempre come si vede in una fotografia. Nemmeno un minuto dopo. Soffermarsi sul soggetto, magari pure sullo stile con cui è stato preso dal fotografo, porta fuori strada. Quindi ciò che sto guardando, anche se mi richiama immagini fotografiche di cose simili, è però lì davanti a me per la prima e unica volta. Come tale posso, anzi devo, fotografarlo.

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Artissima e The Others 2014.

Artissima, 2014.
Quelle che per me sono ormai due fiere d'arte contemporanea assolutamente complementari non mettono più in evidenza il numero di edizioni che son passate dalla loro prima apertura. Segno che si sentono esse stesse talmente consolidate da darsi per scontate anno dopo anno. L'edizione 2014 conferma alcuni caratteri che le connotano: ampia, molto decorativa, e persino lussuosa, Artissima nella sede dell'Oval; claustrofobica e però molto coinvolgente The Others alle ex carceri Le Nuove.

Ad Artissima ci vogliono 15 euro per passare qualche ora a fare qualcosa di diverso dall'andare alla solita Ikea a scegliersi un arredo di design sì, ma che costi meno di quello che sembra. Persone medie, con redditi medi e famiglie medie, ma con quel qualcosa di colto in più che non guasta, sempre attrezzate di passeggini giusti, scarpe giuste, disponibilità al coinvolgimento giusta. Ogni tanto qualche visitatore più originale, con quel tanto di "artistico" addosso che ci vuole, può pure entrare negli occhi. Andare ad Artissima insomma non stanca più di tanto, ma il ripetersi di opere non particolarmente diverse da quelle dello scorso anno, o dell'anno prima ancora, favorisce certamente l'osservazione "antropologica".

The Others, 2014.


A The Others la musica è tutta un'altra. Spazi stretti, pigia pigia nelle cellette che ricorda i locali da tapas spagnoli, opere quasi sfiorate tanto si è costretti a stare ad esse vicini, specialmente negli strettissimi cessi di cui ogni cella dispone e nei quali, per volontà o meno degli espositori, ci sono spesso le installazioni più interessanti. Umanità varia, con diverse apparizioni improbabili, vere e proprie "opere camminanti", e clima da apericena H24. 5 euro ben spesi per un'esperienza faticosa, ma che mi regala puntualmente 2 o 3 emozioni forti di quelle che ti danno una sorta di euforia positiva: uno degli effetti collaterali migliori per qualsiasi forma d'arte.

Non sto quest'anno a tediare chi mi legge con la pubblicazione del notevole numero di fotografie che ho preso in entrambe le fiere, piuttosto concludo il post chiedendomi se le Art Fair possano servire a qualcosa d'altro che non sia il far trascorrere del buon tempo sbirciando fugacemente opere esposte in quantità bulimiche, pur con delle "scosse" non da poco, o a dar modo a qualche collezionista di confrontare e comprarne alcune. Non so, mi pare che tutto questo con una promozione concreta del valori dell'arte e della cultura nel nostro modello sociale c'entri, alla fine della fiera, ogni anno di meno.
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