Gianni Berengo Gardin, un fotografo di classe.

 
Berengo Gardin guarda Ugo Mulas, GAM Torino. ©2008 Fulvio Bortolozzo.


Da più parti ultimamente salgono voci a criticare le varie dichiarazioni di Gianni Berengo Gardin (classe 1930) sulla fotografia vera o presunta, sul digitale, sull'arte e via dicendo. Indignazioni, repliche, stracciar di vesti di ardenti sostenitori delle tesi opposte. Bene, scusate il francese, ma mi sono rotto le palle di sentir tutto questo agitarsi di scudi contro un signore che ha raggiunto un'età veneranda dopo una vita da fotografo, quando fare il fotografo era un mestiere come un altro. Questo è il vero punto, ora che in troppi per avere una fotocamera in mano si considerano artisti, autori, intellettuali prestati, docenti incaricati.


Gianni Berengo Gardin è un uomo che tutto solo soletto si è inventato da zero un lavoro che gli piacesse, in epoche in cui il lavoro che non ti piaceva, ma ti manteneva a vita, era elargito con una certa abbondanza. Con la sua fotocamera ha ideato, realizzato e pubblicato, cercando non senza fatica la via economica di volta in volta giusta e senza rubare nulla a nessuno, centinaia di libri. In Italia, quando era già GBG da decenni, nessuno voleva pubblicargli il lavoro sugli zingari, andò a cercare all'estero e in Germania trovò un editore che lo pubblicò e così prese il Premio Oscar Barnack 1994. Ha pushato the button milioni di volte, l'ho visto a Biella, nel 2005 mi pare, con il pollice slogato e il motore sotto la Leica per poter continuare a scattare.

Cosa dica Gianni oggi sul digitale, sul colore, sugli artisti semplicemente NON MI INTERESSA. Sarebbe come chiedere ad un bravissimo artigiano brianzolo del legno di discettare sull'arte contemporanea. Gianni parla da sempre con il suo operaismo, con il suo uscire a fotografare ogni santo giorno, come uno va alla FIAT a montare auto. La quasi totalità di chi lo critica non ha fatto, e non farà mai in vita sua, la millesima parte del lavoro che ha fatto invece Gianni. Gianni lavora come gli operai di una volta, quelli della ormai dimenticata "classe operaia". Questo da sempre dice non con la bocca, ma con le braccia che impugnano la macchina, e lasciamo stare l'occhio, la mente e il cuore che è roba da borghesi parigini che poi si stufano e appendono la macchina al chiodo per mettersi a fare disegnini qualsiasi.
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Il luogo tra topografia e scena.

Mauro Thon Giudici durante la conferenza (foto: Fulvio Bortolozzo).


Lo scorso 11 settembre Mauro Thon Giudici ha tenuto una conferenza nella sede dell'associazione L'impronta di Cosenza dal titolo "Adattamento. Il paesaggio raffigurato dalla proprietà privata alla Divina natura, passando per l'impero coloniale". Come si può intuire dal titolo l'argomento era piuttosto complesso, ma è stato comunque  ben presentato dal relatore anche se, forzatamente, solo nei suoi punti fondamentali. Rimando al video che verrà spero presto messo nel canale You Tube di un socio de L'impronta chi volesse riascoltare l'ora e venti circa della serata. Nel frattempo è già visibile il video della conferenza precedente, propedeutica a quest'ultima per certi aspetti.

Nel discorso fatto da Giudici vi è un passo che vorrei mettere in rilievo. Riguarda l'origine del concetto di paesaggio così come viene a formarsi nella tradizione pittorica europea. Nella proposta di Giudici, appoggiata su alcuni studiosi anglosassoni, tutto avrebbe inizio nei Paesi Bassi e non in Italia come altri autori sostengono.


Hendrick Avercamp - Winter landscape with skaters (1608 ca).

Penso sia ragionevole questo approccio se facciamo precedere l'idea di paesaggio come forma della percezione estesa di un luogo alla ricaduta che questo atto poi può avere in un'immagine. Nella cultura riformata olandese la costruzione della nazione, e quindi della sua narrazione collettiva, coincide con la liberazione dalle gerarchie straniere del clero romano e dei principi asburgici. Il pensiero è quindi rivolto ad un mondo nuovo, che viene anche fatto emergere letteralmente dall'oceano. Un mondo di eguali, almeno nella loro dignità di cittadini e fedeli, dove al posto del Papa e dell'Imperatore c'è una prima forma di quella che diventerà nel tempo la moderna democrazia borghese. La rappresentazione di queste novità religiose, politiche, sociali ed economiche trova la sua sintesi nella descrizione dei luoghi ove avvengono e della vita collettiva che vi si conduce. Gli olandesi, come ci dice Giudici, amano il loro Paese. Ancora oggi, nonostante tutto, penso che questo sia profondamente vero.

Simone Martini -  Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi (1328 ca)


In Italia, invece, dominano i poteri forti e il luogo è sempre il palcoscenico della loro perenne riaffermazione egemonica, generazione dopo generazione. Un terra di aspri conflitti, che come ben sintetizzava Orson Welles nella famosa frase recitata in "Il terzo uomo", ha dato origine ad autentici capolavori mondiali dell'arte e della cultura. Qui predomina l'azione, la celebrazione dell'evento sul luogo. Il paesaggio può esistere sempre e solo come sfondo, indispensabile, ma del tutto secondario e quasi sempre inventato di sana pianta o frutto di un assemblaggio ideale di più luoghi realmente osservati dal pittore. Un atteggiamento culturale che conduce all'idea di paesaggio come "scena", prima che come luogo topografico. Spazio dove accadono, sono accaduti o accadranno degli eventi. Solo così, come palcoscenico, il paesaggio può arrivare a manifestarsi in autonomia nell'iconografia italiana, dal Canaletto agli Alinari.

Dagli olandesi va senz'altro raccolta però l'indicazione a considerare il paesaggio un'occasione di osservazione, anche topografica se si pensa agli strumenti ottici. Osservazione che rivela, nel substrato religioso dove avviene l'identificazione della Natura con il concetto di Dio, la possibilità di intuire, e poi manifestare nelle immagini, un'essenza vitale in cui viviamo immersi senza averne piena consapevolezza.


John Constable - Weymouth Bay 1816 ca.

In questo senso, con una piccola acrobazia cronologica, l'ultimo dei grandi pittori pre-fotografici a tentare l'impresa non fu il rutilante William Turner, ma il coevo e connazionale John Constable, che seppe riassumere come nessuno prima la lezione topografica olandese, poi quella scenica italiana e persino anticipare un lavoro sul tempo, le sue famose nuvole, che solo i fotografi dopo di lui poterono portare a compimento usando delle macchine che dal tempo, anche brevissimo, ritagliavano forme.

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Come i cavoli a merenda.

©2013 Fulvio Bortolozzo.

Una questione complessa, non solo nel fotografico, è quella dell'autore. Nel Novecento la figura romantica del demiurgo eroico e geniale è stata smontata pezzo per pezzo dalle feroci critiche ideologiche provenienti in massima parte dall'ambiente culturale marxista. Non senza valide ragioni. Come però spesso accade si passa da un'esagerazione all'altra ed ora il povero autore fatica ad essere persino preso in considerazione come tale, massacrato da tutti quelli che si arrogano il diritto di dire e fare delle sue opere quello che più pare e piace.

In medium sta virtus. Il che non significa trovare la virtù nella mediocrità, ma cercare un punto di equilibrio. Fedele a questa regola di vita, penso che l'autorialità sia una componente ineliminabile nella produzione di una qualsiasi opera, non solo e necessariamente d'arte. Senza autori, niente opere.

Nel contempo, dando il giusto riconoscimento, quando si possa, alla paternità di un'opera, va anche considerato che essa è il frutto di un felice "attraversamento". Una congiunzione temporanea tra flussi di pensiero collettivi e la persona che li cristallizza in qualche suo modo. L'autore quindi non è centrale, pur essendo però essenziale, quasi un paradosso irrisolvibile se lo si affronta con atteggiamenti manichei. Per questo motivo, una seria valutazione critica dovrebbe prendere in primaria considerazione ogni informazione utile a definire quale relazione abbia stabilito l'autore con la propria opera.

Solo così penso sia possibile ipotizzare dei valori culturali pertinenti ed evitarsi la vanità di tirare fuori dalle opere delle strampalate fantasticherie personali che con il povero autore c'entrano sempre come i cavoli a merenda.