La fotografia sociale, per una sera a Milano.

La prima fotografia di questa breve carrellata sulla serata è giusto che sia per lei: Manuela Cigliutti. L'artefice fondamentale dell'operazione "A noi ci frega lo sguardo", da lei curata per sostenere concretamente l'attività di Comunità Nuova Onlus di Don Gino Rigoldi. L'inaugurazione da Open Care dell'esposizione delle opere donate dai fotografi per l'asta benefica, che verrà battuta da Christie's Italia martedì 22 ottobre prossimo, è stata davvero ben organizzata e coinvolgente. Essere uno degli autori chiamato da Manuela a far parte di questa iniziativa è per me davvero un grande onore.

La serata, dopo un intervento d'apertura di Don Gino Rigoldi, ha trovato il suo punto culminante nei discorsi sulla fotografia sociale pronunciati da Gianni Berengo Gardin, Denis Curti e Grazia Neri. Denis Curti, dopo aver brevemente confermato il trasferimento nella sede di Open Care dell'operatività milanese della Fondazione Forma, ha accennato ai più importanti progetti di alcuni grandi fotografi sociali, tra cui: Lewis Hine, Peter Magoubane, Igor Kostìn, Moises Saman, Larry Towell e Gianni Berengo Gardin, al quale ha poi dato subito la parola perché dicesse qualcosa sullo storico progetto "Morire di classe". 

Il Maestro, con la consueta semplicità, ha messo in rilievo come quel progetto fosse stato condiviso con i soggetti stessi rendendoli partecipi e consapevoli di quanto avveniva. Atteggiamento ben lontanto dallo sfruttamento del dolore di troppa fotografia attuale.

Infine Grazia Neri, con grande emozione, ha tratteggiato il quadro difficilissimo della fotografia sociale in ambito editoriale, sempre più esclusa a favore di fotografie di stock o di produzioni edulcorate e non disturbanti per gli inserzionisti pubblicitari. Ormai quasi solo gli oltre trecento festival e premi internazionali dedicati al fotoreportage supportano il lavoro dei talenti migliori, anche italiani.

Nella tristezza dell'insieme uno spiraglio di speranza, secondo Grazia Neri, potrebbe arrivare proprio da Internet, sempre che riesca ad uscire dalla eccessiva autoreferenzialità di troppi siti e a costituire una rete virtuosa di sostegno alla ricerca e alla progettualità.

Al termine dell'incontro, Denis Curti ha poi voluto leggere alcune parole di Ugo Mulas che non potevano non toccarmi. Nel testo, Mulas descrive la sua intenzione di dedicare un lavoro alla città di Milano, ma svuotata dalle persone. Vista solo nei suoi luoghi, anche interni. Per mettere in luce la vita degli abitanti in loro assenza, per mezzo delle tracce che lasciano. Un modo per mostrare la condizione umana senza che la figura attragga tutta l'attenzione, lasciando ai vuoti di raccontare con più distacco e precisione. Qualcosa in me è risuonato. Non ho mai sentito Ugo Mulas così vicino e attuale. Grazie Denis, grazie a tutti voi, anche per questo.
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L’asta si svolgerà Martedì 22 Ottobre 2013 a partire dalle 19:00
presso la sala del Tiepolo di Palazzo Clerici  (via Clerici 5, Milano).

Modalità di acquisto delle opere qui: http://www.comunitanuova.it/asta2013/


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La Forma del Contrasto.

La notizia è che la Fondazione Forma lascia gli spazi di piazza Tito Lucrezio Caro a Milano in cui iniziò ad operare nel 2005, come società per azioni detenuta al 100% dall'Agenzia Contrasto, dopo aver preso in affitto e ristrutturato parte dei locali dismessi di un deposito dell'Azienda Trasporti Milanesi. Con  il successivo aggiungersi della Fondazione Corriere della Sera si costituì la Fondazione Forma con tre soci: Agenzia Contrasto, Fondazione Corriere della Sera, Azienda Trasporti Milanesi. Questa è la situazione societaria.

Non è chiara invece quella finanziaria. Difficile quindi dire perché ora Roberto Koch, patron di Contrasto, abbia deciso di concludere l'esperienza di Forma, almeno così com'è stata portata avanti fino ad oggi. L'ATM resterà comunque nella Fondazione? Arriveranno o no nuovi soci? Al momento, viene solo dichiarato che Forma cambia operatività e verrà ospitata a Milano, non si sa se in comodato d'uso o con altro accordo, nella sede di Open Care, in via Piranesi 10. Koch se ne va, sbattendo la porta, perché l'Amministrazione comunale di Milano non ha dato concreti (economici) segnali di attenzione alla Fondazione. Come? Per esempio, trasformando l'affitto dei locali ATM (a quanto ammontava?) in comodato d'uso. Ci sarà dell'altro sotto? Non è ancora dato sapere. Ci starebbe bene un bel fotoreportage d'inchiesta, magari però non fatto da un fotografo Contrasto.

Ecco, a parte le ultime parole, fino a qui ho scritto di cose che con il fotografico non c'entrano nulla. O forse no, c'entrano. Almeno in Italia, dove le nozioni di cosa sia pubblico e cosa sia privato ingenerano continue confusioni e invasioni di campo. Il direttore della sede milanese dell'Agenzia Contrasto, e colonna portante della Fondazione Forma, Denis Curti, ebbe già una giovanile esperienza, in quel di Torino, di queste confusioni. Si tratta della vicenda FIF (Fondazione Italiana per la Fotografia), nata dall'unione di alcuni soci pubblici e un socio privato, Luisella D'Alessandro, ma gestita da quest'ultima come fosse casa sua. La fine fu molto triste e per fortuna Denis Curti si trasferì a Milano da Contrasto ben prima di dovervi assistere, ma certo ne ebbe conoscenza.

Abbiamo quindi davvero bisogno in Italia di entità promiscue che ricevano sostegno pubblico (soldi e beni della collettività) per fini privati, ancorché di interesse pubblico?  La politica culturale di uno Stato democratico è affidabile, mani e piedi, alla volontà gestionale, e all'interesse economico, di un privato?

Le mie domande sono banalmente retoriche. Certo che no. Ma la tentazione diffusa di rispondere invece sì è così grande che rimane la prima opzione, l'unica sempre più spesso. Forse nella forma di questo contrasto meglio si spiega la vicenda qui descritta. Non l'unica, sia chiaro, non la più eclatante a livello nazionale, ma per il nostro piccolo mondo fotografico già di notevole dimensione e importante ricaduta socio-culturale.

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Un'opera buona.

©2011 Fulvio Bortolozzo. (opera in asta)

A noi ci frega lo sguardo…
un’opera buona a favore di Comunità Nuova Onlus

Asta fotografica benefica per i 40 anni di Comunità Nuova: Christie’s, 22 Ottobre 2013.
In occasione del 40° anniversario di Comunità Nuova Onlus, il 22 ottobre prossimo sarà battuta da Christie’s un’asta fotografica di beneficenza. 

62 autori di fama nazionale ed internazionale hanno donato una loro fotografia per sostenere l’associazione milanese presieduta da don Gino Rigoldi. Il ricavato della serata sarà interamente devoluto alla comunità educativa per bambini Barrhouse di Milano, un servizio di Comunità Nuova.
La Barrhouse accoglie bambini tra i cinque e i tredici anni, provenienti da famiglie in difficoltà talmente grandi da richiedere, a tutela dei piccoli, un decreto di allontanamento dalla famiglia da parte del Tribunale dei minorenni.

Data la gravità delle condizioni di provenienza, la Barrhouse offre ai piccoli ospiti un ambiente accogliente, protettivo e rassicurante, che consente loro di vivere ed esprimere la loro condizione di bambini. Aiutare i piccoli a recuperare la serenità persa o, in qualche caso, mai avuta, farli sentire amati, portare avanti il loro inserimento nel tessuto sociale e scolastico e tutelarli dal carico di responsabilità e dalle implicazioni dovute ai disturbi della dinamica familiare sono gli obiettivi che ogni giorno gli educatori della Barrhouse perseguono.

Le opere saranno esposte in anteprima sabato 19 e domenica 20 ottobre 2013 alle ore 19:00, presso lo spazio espositivo di Frigoriferi Milanesi (via Piranesi 10, Milano), sede di Open Care – Servizi per l’arte, che realizzerà l’allestimento della mostra. All’inaugurazione della mostra, curata da Manuela Cigliutti, saranno presenti don Gino Rigoldi, presidente di Comunità Nuova, Gianni Berengo Gardin, Denis Curti e Grazia Neri, che racconteranno la loro esperienza nella fotografia sociale.

L’asta si svolgerà Martedì 22 Ottobre 2013 a partire dalle 19:00 presso la sala del Tiepolo di Palazzo Clerici  (via Clerici 5, Milano) e sarà battuta da Christie’s Italia.


[dal comunicato stampa]

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L'ambigua infanzia di Hine.


Dopo aver visto la mostra INFANZIA RUBATA, molto ben realizzata ed allestita, trovo necessario portare all'attenzione dei miei lettori alcuni appunti critici sul lavoro svolto da Lewis Hine.




In primo luogo, i bambini mostrati nelle miserevoli condizioni del loro sfruttamento, nell'ambito dell'iconografia fin qui pubblicata di Hine, sono bianchi. Non un solo bimbo nero compare nelle immagini. Vista l'impossibilità che non ne abbia mai incontrati nelle sue puntuali indagini sullo sfruttamento del lavoro minorile, la scelta di escluderli è sicuramente ideologica e con ogni probabilità è dello stesso autore. In ogni caso resterebbe da capirne il perché.


Hine vive in una civiltà industriale che nei primi anni del Novecento è in tumultuosa espansione. Sta crescendo, centesimo su centesimo, quella middle class che costituirà presto l'ossatura stessa del sogno americano nei decenni a venire. In questo contesto vanno inquadrate sia le nuove politiche sull'immigrazione, sia la nascita dell'attenzione per la condizione infantile, entrambe pensate per gli europei d'origine.

Dorothea Lange, Migrant Mother, 1936.

Situazione che ritornerà negli anni Trenta della Grande Depressione, quando tra il materiale fotografico realizzato per conto della Farm Security Administration la rappresentazione del disagio, anche infantile, sarà incentrata sui mezzadri bianchi, che però erano una componente molto minoritaria del fenomeno della miseria nelle campagne, per lo più riguardante gli afroamericani discendenti degli schiavi ottocenteschi. Bisognerà attendere proprio quella Photo League che salverà l'archivio Hine dalla definitiva scomparsa, per incontrare un'attenzione non occasionale verso la condizione degli afroamericani, anche bambini, un esempio della quale è nella magnifica "Butterfly" del 1949 di Jerome Liebling.

Jerome Liebling, Butterfly, 1949.
In secondo luogo, il lavoro di Hine funziona al massimo grado quando il minore è anche fisicamente bello. Veder soffrire un bambino è sempre molto triste, ma se questo bambino possiede una sua particolare grazia, e quindi bellezza, l'ingiustizia appare come raddoppiata, ancora più intollerabile.



Tra i bambini di Hine, alcuni spiccano per grazia e bellezza. A volte vengono ritratti da soli e questo intensifica l'effetto estetico. Le bambine in primis, oggi possono essere viste attraverso un filtro sentimentale pseudo-romantico, per via anche della distanza epocale. Tutto questo non è voluto da Hine, che adotta anzi una tecnica puramente funzionale alla sua ricerca, ma il fotografico può contenere nonostante tutto l'autonoma forza visiva che il soggetto possiede. In questo senso, il meritorio lavoro di Lewis Hine rischia oggi una deriva che sposta l'attenzione dal fenomeno storico dello sfruttamento cinico e feroce del capitalismo "deregolato" alle considerazioni più o meno genericamente umanitarie della buona coscienza borghese odierna più equa e solidale. Dimenticando così che su vite spezzate fin dai primi anni, fenomeno ancora ben diffuso nel mondo, si continuano a costruire le esistenze dei bambini ipercoccolati nel  primo mondo, anche solo insistendo a consumare ciò che viene venduto a poco prezzo perché troppa vita umana costa meno ancora, quasi niente.

  
Rodolfo Suppo
Giovanni Carlo Bonotto

 INFANZIA RUBATA
Lewis Hine, le immagini
che turbarono l'America


5 ottobre - 3 novembre 2013


Palazzo Einaudi
Piazza d'Armi 6, Chivasso.


Orario di apertura: tutti i giorni, 10-12 e 16:30-19.


Ingresso gratuito.


Info: info@fuocofisso.it


Catalogo in mostra (Fondazione Alberto Colonnetti): 15,00 Euro.
(ben fatto; se ne consiglia l'acquisto anche per sostenere l'iniziativa)


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Il gesto fotografico.

Per la prima volta dall'apertura di questo blog cedo la parola ad un'altra persona: Massimo Tranquillo. Mi ha scritto stamattina chiedendo un parere su una questione, direi, cruciale. Condivido pienamente le sue idee in merito e quindi, come HCB insegna, gli passo la fotocamera perché stavolta la fotografia me la scatti lui.

Caro Fulvio,
aiutami a capire perchè in tutte le letture fatte sulla famosissima fotografia di Henri Cartier-Bresson  "Derrière la gare de Saint-Lazare" non si fa nessun cenno alle condizioni in cui fu eseguita la foto e cioè al fatto che si tratta di un'immagine ottenuta per caso, infilando l'obiettivo in un buco stretto di una staccionata. Non mi riferisco alla nota sul fatto che sia l'unica fotografia tagliata in camera oscura perchè si vede il bordo del legno.

Lo stesso autore, abbastanza divertito, dice in una video intervista che si tratta di un caso, una foto fatta letteralmente alla cieca. Ora, comprendo benissimo che è possibile trarre senso da una foto indipendentemente dai metodi di produzione. Ma penso sia funzionale alla lettura dell'opera stessa, in questo caso, sapere che non c'è lo sguardo dell'autore, che quella non è la sua visione.

Eppure su questa fotografia vengono scritte mirabolanti analisi sulla composizione e sui rimandi, sull'attimo decisivo. Anche su questa immagine hanno costruito il mito di Bresson e del momento decisivo. L'autore, nell'intervista, fa anche di più, indica una fotografia presa penso al funerale di Ghandi, fatta scattare da un ragazzo che era salito su un palo. Bresson divertito dice che ha dato la sua Leica a quel ragazzo pregandolo di fare uno scatto. Quando vedo, vediamo una fotografia che ci piace, facciamo i complimenti all'autore, quindi implicitamente riconosciamo un merito all'autore. Quanto è importante l'autore nella comprensione di un'immagine?

Il sapere le modalità con cui è stata fatta "Derrière la gare de Saint-Lazare" non me la fa apprezzare di meno o mi impedisce di leggerla. Ma il saperlo è un elemento in più della lettura. In questo caso ad esempio prevale il gesto fotografico, più che il risultato ottenuto. Ho come la sensazione che si taccia la particolarità di questa fotografia, perché si presume che potrebbe far cadere i castelli di parole che abili critici (abili con le parole) ci costruiscono sopra. Insomma immagina un autorevole critico che spiega ad una platea con un ricco vocabolario tecnico e colto la Gioconda, e poi all'improvviso salta fuori uno che dimostra scientificamente che l'autore era il garzone di Leonardo. I meriti interni del dipinto non cambiano sicuramente, ma, mi chiedo, il critico avrebbe la prontezza di dire che è un dato irrilevante? E chi lo ascolta lo riterrebbe tale?

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