Verso il lontano ovest, in Cina.


Fino al 6 febbraio prossimo Bruno Picca Garin espone alla galleria Elettroshock Arte di Torino una ventina di fotografie a colori realizzate in Cina e riunite sotto il titolo "Far West, China". Non si tratta di un reportage, ma di un viaggio privato verso l'occidente del territorio cinese.

Durante il percorso l'autore si sofferma su alcuni aspetti che attirano la sua attenzione: dalla vita della gente alla conformazione dei luoghi. Il pericolo dell'esotismo di genere è ben evidente. Così come quello dell'album di foto ricordo. Entrambi di nessun particolare interesse nel moltiplicarsi infinito del flusso fotografico contemporaneo.

 Picca Garin riesce invece a trovare strategie efficaci per evitarsi, ed evitarci, le insidie del déjà vu. La principale delle quali consiste nello scegliere come strumento di ripresa una antiquata, ma ancora efficientissima, Rolleiflex biottica.

Il tipico approccio operativo, a occhi bassi sul mirino a pozzetto con la fotocamera sorretta ad altezza "ombelicale", così desueto ormai, gli consente di risultare "trasparente" verso chi gli sta attorno. Le persone nelle sue fotografie sono così colte in momenti di sospensione, come attendessero qualcosa, ma senza che la presenza del fotografo arrivi a turbarle o a solleticarne la posa.

Ne esce una serie di interessanti ritratti "presi dall'interno", come se a fotografare fosse stato un appartenente al gruppo e non un europeo di passaggio. Nello stesso tempo, punti di vista e colori pastellati, dovuti all'ottica pensata per il bianco e nero, rendono la scena meno immediata, come ricordata, più che vissuta sul momento.



Nei confronti del paesaggio, la soluzione viene trovata invece nella conoscenza dell'autore delle principali correnti di questo genere fotografico, con particolare riferimento alla scuola americana: da Walker Evans a Stephen Shore e altri, con qualche richiamo ai più famosi tedeschi della Scuola di  Düsseldorf. Qui l'estensione tonale del medio formato e il rigore dell'inquadratura trasformano davvero la Cina in un inatteso pezzo di frontiera americana.



Nell'insieme una personale, la prima, già chiaramente indicativa di quale potrà essere la direzione di crescita di Picca Garin. Una prova convincente quindi, e molto promettente, che merita di essere vista.




Far West, China.

Fotografie di Bruno Picca Garin

24 gennaio - 6 febbraio 2013

Elettroshock
Galleria d'arte contemporanea
Via Principe Tommaso 18
10125 Torino

Info
+39 339 2264620
+39 393 6963467
info@elettroshockarte.com


Pedalare verso la libertà.

Segnalo agli affezionati lettori di questo blog un film della regista saudita Haifaa Al Mansour ancora in programmazione in alcune sale italiane: La bicicletta verde (Wadjda).

Il tema di fondo è quello della condizione femminile in un paese di stretta osservanza islamica come l'Arabia Saudita. Il punto di vista scelto è quello di una bambina della piccola borghesia della capitale Riyāḍ. Nonostante viva una situazione familiare tradizionale, e frequenti una scuola che inculca i precetti religiosi con asfissiante rigidità, il suo spirito individualista e ribelle la spinge a comportamenti e desideri considerati del tutto inadeguati dalla moralità del suo ambiente.

Lo svolgimento della vicenda non è curato in ogni dettaglio, anche il doppiaggio non è felicissimo, ma nonostante le pecche il film riesce a coinvolgere e persino, a tratti, a commuovere. L'ambientazione non è marcatamente documentaristica e senza aver letto qualcosa prima, si fatica a capire dove si svolga la vicenda e perché accadano alcuni fatti. Questo limite consente tuttavia di considerare il racconto più universale, almeno facendo riferimento a paesi dove la Sharia sia alla base della vita civile e politica.

Durante la visione ho provato una forte avversione per il sistema di regole e codici di comportamento descritti. Questo mi induce a temere che tutto si possa ridurre nella coscienza dei più alla contrapposizione tra la apparente libertà della cultura occidentale e la repressione della cultura islamista ortodossa. Sarebbe una cattiva lettura, con addirittura deteriori risvolti propagandistici, che aumenterebbero le distanze, già fin troppo ampie, tra i due mondi. Troppo facile difatti uscire dalla sala sentendosi fortunati per non essere nati donna, nel caso si sia uomini, e per non essere costretti a vivere in paesi come quello.

In realtà nel film si vedono in azione due volontà in perenne lotta: quella del potere ideologico, che in questo caso affonda le sue radici nella religione, e quella della individuale libertà esistenziale. In questo senso, la lotta è in pieno svolgimento anche qui da noi.  La risposta della regista mi pare purtroppo seguire la via della forma sociale intermedia, quella della "libertà borghese", dove all'oscurità repressiva di una civiltà chiusa si sostituisce la fascinazione della civiltà dei consumi, per la quale tutto è lecito, anche trafficare con collanine e audiocassette piratate o imparare a recitare a memoria un testo sacro, pur di accedere ai desideri materiali: andare in giro con una bicicletta nuova fiammante o indossare le scarpe sportive di un preciso marchio di tendenza.

In sostanza, mi pare di assistere al confronto tra due sistemi etici e sociali entrambi in grado di condizionare e limitare le vite delle persone. L'unico vantaggio di quello "occidentale" consisterebbe nella possibilità di scegliersi l'appartenenza e le convenzioni da seguire, cosa però praticabile in qualche forma anche in quello islamico, come ben sottolinea la vicenda della direttrice della scuola, che predica l'osservanza più monacale in pubblico e in privato fa sesso con un giovanotto di suo gusto. Per la serie, ben conosciuta qui da noi, del "si fa, ma non si dice".

Film interessante quindi, proprio perché fa pedalare lo spettatore tra complesse traiettorie di pensiero ed emozione. Cosa questa che male non fa, specie in un periodo di confusione etica come quello in cui stiamo vivendo.

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La migliore offerta? Anche no.

Scrivo a caldo, reduce dalla visione dell'ultimo Tornatore: La migliore offerta. Con questo regista ho da sempre un rapporto difficile, specie con le seconde parti dei suoi film. Solo vedendo "La leggenda del pianista sull'oceano" ho potuto pensare di trovarmi di fronte ad un completo capolavoro, dal primo all'ultimo fotogramma.

In questa prova, fin da subito, ho sentito qualcosa di macchinoso, di troppo lucidato, segno di grande mestiere, ma anche di un eccesso di costruzione che impedisce l'adesione emotiva. Il ritratto di questo improbabile anziano esperto internazionale d'arte antica, e acclamato battitore d'aste, pur interpretato da un Geoffrey Rush in grande spolvero rasenta la parodia. Non è facile descrivere un mondo d'elite, in tempi poi così lontani da un Hitchcock o da un Visconti. Sono atmosfere ed ambienti non più verosimili. Lo scenario d'oggigiorno è decisamente molto prosaico e gli esemplari di queste bizzarre aristocrazie intellettual-estetiche mitteleuropee non si trovano che nei ricordi letterari. Nel contempo, la storia della misteriosa giovane ereditiera che finisce per attrarre l'algido Virgil Oldman, incapace di ogni interazione con il femminile se non per tramite della pittura, contiene così forti elementi di incredibilità che finiscono per farmela trasferire ben presto sul piano del fiabesco, o, se si vuole, su quello allegorico.

L'attrice coprotagonista, Sylvia Hoeks, funziona purtroppo solo discretamente. Statuina "rotta" di bella presenza, ma senza le complessità e gli ardori  psichici richiesti dalla parte. Non certo un personaggio in grado di far perdere credibilmente la testa ad un vecchio misogino, ancora attardato in una venerazione adolescenziale di un tipo di femminilità che solo un pensiero maschile può evocare. Siamo ben lontani dalle tante femmes fatales della migliore scuola cinematografica francese.

Pur con tutto questo, il film resta in piedi con il lavoro eccellente della troupe tecnica: in primis del direttore della fotografia, dello scenografo e anche di Morricone, tuttavia in misura così minore del solito da far sospettare a volte che possa trattarsi invece di un suo allievo o epigono.

A rovinare irrimediabilmente tutto è la parte finale. Tornatore finisce per credere che basti un giochetto di inversione logica tra arte e realtà, tra autenticità e finzione, per giustificare il fatto che una costruzione erotico-psicotica, così faticosamente eretta per tutto il film, possa venir fatta franare con un escamotage davvero banale da poliziesco di serie B, senza che questo non solo non abbia conseguenze nefaste, ma anzi regali  addirittura il cosiddetto "colpo di scena finale" all'opera.

Ne sono uscito interdetto. Tanto lavoro, tanta professionalità messe al servizio di una montagna che finisce per partorire un topolino davvero piccolo piccolo.


Grazie a tutti!

L'inaugurazione di Nel tempo, nei luoghi ha visto un afflusso di persone ben oltre le nostre aspettative. Il calore, l'entusiasmo e l'apprezzamento di tanti amici, colleghi e appassionati ci hanno fatto vivere momenti di euforia memorabile. Per gli autori è stato il segno di aver lavorato bene, per il curatore di aver messo insieme una "squadra" di valori espressivi degni di sostegno e visibilità e per chi ci ha ospitato, aprendo per la prima volta lo spazio proprio per noi, è stata una partenza beneaugurante.

Certo non ci sono solo le luci, molto si può e si deve ancora migliorare, con un paziente lavoro di crescita, ma incoraggiamenti come quello della bella serata vissuta insieme non sono parte secondaria nel motivarci a dare sempre il meglio di noi stessi.

Grazie a tutti, quindi. E arrivederci presto, in qualche altro tempo e luogo...

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Oggi si inaugura "Nel tempo, nei luoghi".

Stasera sapremo se gli sforzi saranno premiati dall'apprezzamento di quanti vorranno venire all'inaugurazione.

Il lavoro realizzato dai cinque autori in mostra è frutto di riflessioni, sperimentazioni, scoperte e paziente cura di ogni aspetto progettuale. Più passa il tempo è più sento la responsabilità, ma anche l'enorme soddisfazione quando i risultati arrivano, di affiancare le persone nel loro percorso di crescita espressiva. Il fotografico può essere un campo nel quale confrontarsi con le domande fondamentali sul nostro stare al mondo e dal quale ricevere stimoli, persino risposte forse, sempre provvisorie ovviamente. In ogni caso, prima che sotto il profilo autoriale, l'approccio progettuale al fotografico mette in discussione ciò che pensiamo di sapere e ci fornisce l'occasione per crescere nella consapevolezza di quanto stiamo vivendo. Spero per questo di dare sempre nella didattica tutto ciò che posso per continuare a godermi ogni fioritura possibile. Grazie a tutti i miei allievi, passati, presenti e, spero, anche futuri!


NEL TEMPO, NEI LUOGHI
a cura di Fulvio Bortolozzo

Espongono:
Renato Ballatore, Marco Boggero, Andrea Lombardo,
Bruno Picca Garin, Fiorella Rabellino.

Luogo: Spazio Giotto, via Giotto 11, 10126 Torino.
Inaugurazione: venerdì 25 gennaio, ore 18:30.
Periodo: dal 25 gennaio all'8 febbraio 2013.

Orario:martedì, giovedì e venerdì ore 15:30-18:30
mercoledì ore 12:30-18:30
sabato ore 10-12 14-18
domenica e lunedì chiuso
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Informazioni: cell. +39 348.774.7360 (Fulvio Bortolozzo)
Email:
spazio.giotto@gmail.com   fulvio@bortolozzo.net


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CONFINI 10 è a Milano.


Inaugurata da Polifemo Fotografia, alla Fabbrica del Vapore, la tappa milanese di CONFINI, rassegna italiana di fotografia contemporanea, giunta alla sua decima edizione.


La notevole affluenza di pubblico conferma la crescente attenzione verso questa rassegna, unica nel suo genere, che coinvolge nella selezione e nell'organizzazione ben sei curatori di altrettante realtà culturali: Maurizio Chelucci per Massenzio Arte di Roma, Francesco Tei per Photogallery di Firenze, Fulvio Bortolozzo per Camera Doppia di Torino, Leonardo Brogioni per Polifemo Fotografia di Milano, Fulvio Merlak per la Sala Fenice di Trieste, Clelia Belgrado per VisionQuest di Genova.

Intervista al curatore Leo Brogioni.
Quest'anno sono sei anche gli autori presentati in ogni spazio, ognuno di essi ritenuto collegialmente meritevole dai curatori per la qualità del progetto, anche se diversissimi nell'esito visivo e oggettuale delle opere.

I sei autori della rassegna sono, in ordine alfabetico: Mauro Battiston, Lost in Eden; Giammaria Cifuni, ViaGuidoRossa; Francesca Della Toffola, Accerchiati Incanti; Carola Ducoli, L'Altrove; Nicolò Quirico, Palazzi di Parole; Chiara Rame, Glue

La visione d'insieme delle opere consentita dallo spazio di Polifemo Fotografia, restituisce con evidenza l'alto livello raggiunto dalla rassegna, al di là delle personali declinazioni dei singoli autori. Nella piacevole varietà si riscontra difatti un'approfondita ricerca sulle potenzialità del fotografico come mezzo e contesto espressivo.

La mostra sara visitabile  fino all'8 febbraio 2013 (ingresso libero). Gli orari sono: dal lunedì al venerdì, ore 10-18; sabato, ore 15-18. (domenica chiuso)
Chiara Rame.
In conclusione, vorrei complimentarmi sia con i "ciclopici" milanesi, per l'ottimo allestimento e per la brillante inaugurazione, sia con gli autori in mostra. In loro rappresentanza, pubblico qui i ritratti estemporanei fatti nell'occasione a due delle autrici.

Giammaria Cifuni.


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Chiavi inglesi e rifugiati somali.

Venerdì 18 gennaio 2013, ore 21 circa, nella sede di corso Sicilia del Circolo Ricreativo Dipendenti Comunali sez. Fotografica, il socio Raffaele Bellacicco ha esposto alcune stampe fotografiche di suoi scatti realizzati in una palazzina di corso Chieri, abusivamente occupata un paio d'anni fa da alcuni rifugiati somali. Al numeroso pubblico intervenuto era stato chiesto di portare cibarie. Anche la mia metà del cielo ed io abbiamo di buon grado portato qualcosa.

Nulla ci aveva però preparato alla serata che avremmo vissuto. Le fotografie erano di notevole impatto, cromatismi accesi, tagli compositivi curati, rispetto per i soggetti senza tuttavia nascondere il grave stato di degrado in cui vivono i rifugiati nella palazzina. Fin qui siamo nel filone del "sociale" inaugurato alla fine dell'Ottocento da Jacob Riis con le sue indimenticabili fotografie di immigrati a New York, anche italiani, che consiglio per inciso di andare a riguardare.


Al richiamo del Presidente del circolo Maurizio Mangili, i presenti, tra cui segnalo il Presidente FIAF Claudio Pastrone, prendono posto a sedere e l'autore inizia a parlare del suo lavoro. Tutto nasce dice da un trafiletto letto di sfuggita, scatta una curiosità e quindi una prima visita a quel luogo. La semplicità disarmante del racconto di Raffaele gli fa onore. Sento aleggiare l'intensità di De Amicis e la fantasia esotica di Salgari. Torino forse è davvero una città magica perché senza lasciare le sponde del Po possiamo scoprire mondi e persino decidere di andare a fotografarli.

Il vero colpo di scena nel racconto di Raffaele giunge però quando dice di aver lasciato la fotocamera per la chiave inglese. Sì, perché un mestiere lui ce l'ha: fa l'idraulico. E così un privato cittadino, ma soprattutto un essere umano dotato non solo di intelligenza, ma anche di empatia verso il prossimo, si mette a dare una qualche sistemata per consentire alle persone che stava fotografando di potersi fare una doccia, lavare dei piatti.


Mi sembra di rituffarmi in un'altra Italia, quella antica e contadina del mio povero padre, dove tutto si poteva risolvere con un gesto, due lavoretti, fatti da chi può per chi non può. Senza leggi, ordinanze, bolli e controbolli, discorsi sui massimi sistemi e "benaltrismi" vari, così di moda oggi.

Resta il problema del mangiare. Sì perché un "rifugiato somalo" pare sia come tutti gli altri: mangia, dorme, va al gabinetto, ha freddo, ecc. ecc.  Peccato che tutto l'ambaradan dell'amministrazione pubblica e associazioni collaterali varie di cui siamo splendidamente dotati in Italia non si comporti di conseguenza. Certo, siamo umani, quindi soggetti a scadenza naturale, ma questo non capita per fortuna ogni sei mesi, nemmeno se sei somalo e "godi" dello status di rifugiato. Invece per queste persone sfortunate tutto scade qui da noi, compresa la fornitura di cibo. Paese ben surreale il nostro.

In conclusione, la serata non è stata inutile. Un po' tutti ci siamo trovati a disagio penso. Personalmente l'imbarazzo più grande l'ho provato nel constatare ancora una volta che esiste un Paese fatto di gesti concreti, diretti, come sempre è stato, e che questa comunità in qualche modo tira avanti nonostante tutto e si fa pure carico come può di chi incontra sul suo cammino. A fronte di questo benemerito Dr. Jekyll c'è però un Mr. Hyde che sovverte e complica tutto. Ogni passo oltre la stretta di mano, il sorriso, l'offerta di un aiuto immediato, si impantana nelle considerazioni politiche, economiche, sociologiche, ecc. Siamo sempre noi tuttavia. Evidentemente, quando passiamo dal rapporto diretto e personale alle etichette e ai numeri, l'umanità si perde per strada.

Spero che i tre ragazzi somali che abbiamo incontrato se la cavino. Spero che se la cavino anche gli altri. Se tutti facciamo qualcosa, un po' meglio andrà, forse.



P.S.
Tanto per avere qualche dato in più sulla questione ho fatto una breve ricerchetta con Google.

Ecco alcuni link che potrebbero interessare:

http://cri.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/579http://cri.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/579
http://tuttosquat.net/news/comunicato-di-solidarieta-sulla-occupazione-di-corso-chieri-19/
http://viedifuga.org/?p=5839
http://www.comune.torino.it/torinovende/schede/chieri/
http://www.lastampa.it/2010/08/17/cronaca/corso-chieri-scatta-l-oradelle-denunce-HZfyQEerJs4uCPAHiqLFUN/pagina.html
http://www.ecoditorino.org/rifugiati-in-corso-chieri-chiamparino-richiede-lo-sgombero-della-palazzina.htm
http://www.soomaaliya.it/
http://it.wikipedia.org/wiki/Diritto_di_asilo
http://www.unhcr.it/
http://altraeuropadoc.blogspot.it/ 
https://www.facebook.com/groups/144823512328808/
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Oggi come allora, anzi di più.


Lo sterminio degli Ebrei avvenuto tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento nella civilissima Europa non è un accidente della storia, un evento imprevedibile e che non capiterà mai più. Nossignore. Si tratta forse del primo di una potenziale serie di orrori che stanno di fronte a noi, qui oggi, ma anche nell'imponderabile futuro che attende le prossime generazioni. Perché la banalità del male, come lucidamente intuiva Hanna Arendt, non ha confini di nessun genere.



In ogni essere umano è presente una natura duale, ogni istante della vita la scelta può cadere sull'opzione più terribile. Nessuno ne è immune. A peggiorare le cose, la società di massa sviluppatasi nel secolo scorso raggiunge oggi dimensioni e complessità quasi non più contenibili nella coscienza individuale. Etichette, parole d'ordine, pratiche e messaggi quasi subliminali, ma comunque sempre alienanti, intorbidano le acque della ragione.

L'umanità, così antica, ma così bambina, corre il rischio gravissimo di annullarsi fino allo sterminio finale, se ciascuno di noi dimenticheràNon solo le vicende di una storia sempre più lontana, man mano che ci lascia chi la visse, ma anche e soprattutto se dimenticheremo che gli occhi che ci guardano sono umani come i nostri.

L'amore di se stessi, la voglia di vivere è presente in tutti. Nessuno però può più pensare, non possiamo permettercelo, di avere un qualche ipotetico maggior diritto d'esistere di un altro essere umano fino ad accettare persino di divenire agente, magari burocratico, dell'altrui morte. La vicenda storica, con la sua contabilità allucinante, dimostra che l'industrializzazione della morte rende ogni violenza semplice, ripetibile ed efficace come mai prima d'ora. Piccoli gesti senza conseguenze immediate e dirette per chi li compie possono provocare stragi inaudite.

Il breve viaggio ad Auschwitz compiuto da una fotografa di grande valore come Bruna Biamino riporta immagini che aiutano a recuperare proprio la natura industriale di quei luoghi. Edifici, recinzioni, binari, forni, tutto immobile, quasi come fosse in attesa di una terribile ripresa della "produzione".


Gli oggetti appartenuti alle vittime formano ammassi che suggeriscono tutta l'angoscia, la carica disumanizzante della ripetizione "tayloristica" dei gesti e dei numeri. Oggi come allora, anzi di più, non bisogna cedere di un millimetro a nessun linguaggio e a nessuna pratica che riduca le persone a indifferenti numeri. Dietro quei numeri, non c'è nulla per noi. Mai.

17 gennaio - 17 febbraio 2013

Bruna Biamino
Fotografie dal Campo.
Auschwitz - Birkenau 2012

Galleria Belvedere, Palazzo Lascaris - Via Alfieri 15, Torino
Orari: lunedì – venerdì 10.00 – 18.00 / sabato 10.00 – 12.30

Corte Medievale, Palazzo Madama - Piazza Castello, Torino
Orari: martedì – sabato 10.00 – 18.00 / domenica 10.00 – 19.00

Ingresso libero







Esplorazioni condominiali

Chi ci abita accanto? Com'è fatta casa sua?  Che vita fa? Condizione caratteristica della contemporaneità urbanizzata è l'esperienza di vivere accanto a persone di cui ignoriamo tutto o quasi. L'opposto della dimensione comunitaria del paese, che è storicamente determinata dal sapere tutto di tutti o quasi. Con l'abbandono dei luoghi d'origine, familiari e vissuti fin dall'infanzia, si apre l'universo misterioso dell'anonimato. Condizione di libertà, ma anche fonte di ansie e insicurezze.
Luca Ferrari ha deciso di affrontare questa alienante dimensione dell'abitare attraverso il mezzo fotografico. Con l'aiuto di quello che chiama "attivatore", un condomino che possa aiutarlo nei contatti, avvicina davvero i suoi vicini e chiede loro il permesso di fotografarli a casa loro, dove vogliono e quando vogliono. Luce ambiente, quella che c'è nel momento fatidico della performance, pose determinate dall'empatia reciproca e qualche scatto. Massima semplicità, minima intrusività.

L'operazione diventa poi una "mostra condominiale", rivolta in primis ai diretti interessati, ma non solo. Testi scritti, un sito web e una pagina su Facebook sviluppano il progetto nel tentativo di coinvolgere altri abitanti d altri condomini urbani nell'avventura di conoscersi e riconoscersi.

Presto per dire se l'iniziativa avrà davvero successo, ma certo il seme gettato è intrigante. Al di là di ogni considerazione formale e tecnica, il fotografico consente di costruire relazioni e coinvolgimenti di cui restano tracce che nel tempo divengono documenti e "monumenti" insostituibili. Fonti per cercare di capire, o almeno per poter osservare le immagini di quanto vissuto. Nello specifico di questo primo lavoro, il condominio esplorato da Ferrari è certamente sui generis, abitato in prevalenza da giovani figure creative e intellettuali e la presentazione espositiva risente di stampe e montaggi migliorabili, ma l'idea c'è e l'augurio non può non essere che cresca e maturi, giorno per giorno, un appartamento dopo l'altro.






PIANINSCALA

di Luca Ferrari

Via Sant'Agostino 25, Torino.

Fino al 22 gennaio 2013

Info:
Cell. 3491348277
E-mail: lu_ferrari@libero.it
Sito: www.pianinscala.it
Facebook: www.facebook.com/pianinscala


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Nel tempo, nei luoghi.


Il filo rosso che percorre i lavori degli autori in mostra nasce nell'esperienza del tempo come fondamentale luogo esistenziale. Le immagini sono tracce ottiche di un vissuto, contengono pensieri ed emozioni in forme inattese. Sospensioni temporali, rallentamenti dei percorsi quotidiani che producono varchi vuoti attraverso i quali diviene possibile osservare le cose di nuovo. "Come fosse la prima e l'ultima volta", così Luigi Ghirri scriveva. Il fotografico contiene questa opportunità di ripensamento della percezione e gli autori, ciascuno a suo modo, la colgono con coerenza e intensità.

NEL TEMPO, NEI LUOGHI
a cura di Fulvio Bortolozzo

Espongono:
Renato Ballatore, Marco Boggero, Andrea Lombardo,
Bruno Picca Garin, Fiorella Rabellino.

Luogo: Spazio Giotto, via Giotto 11, 10126 Torino.
Inaugurazione: venerdì 25 gennaio, ore 18:30.
Periodo: dal 25 gennaio all'8 febbraio 2013.

Orario:martedì, giovedì e venerdì ore 15:30-18:30
mercoledì ore 12:30-18:30
sabato ore 10-12 14-18
domenica e lunedì chiuso
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Informazioni:

spazio.giotto@gmail.com



[ENGLISH VERSION]
January, 25th - February, 8th.

NEL TEMPO, NEI LUOGHI
(In Time, In Places)
Curated by Fulvio Bortolozzo.

Photographers: Renato Ballatore, Marco Boggero, Andrea Lombardo, Bruno Picca Garin, Fiorella Rabellino.

At the "Spazio Giotto", via Giotto 11, Torino (Italy).
Opening: January 25th, 6:30 PM.

The works in this collective exhibition are connected each other with the subtle red line originating from the experience of time as a primary existential space. Pictures are optical traces of lived connections. They convey thoughts and emotions in unexpected forms.
Suspended times, slowing of the every day paths make for new ways to look at things. "As if it was the first and the last time", wrote Luigi Ghirri. This option to rethink our perception via what we could call “photographic experience” gets caught by the authors, each in their own way, with strong intensity and consistency.

Info:
spazio.giotto@gmail.com