Compresi gli occhi... o forse no

©2012 Fulvio Bortolozzo - serie Scene di passaggio (Soap Opera).


Una volta aveva letto che inizialmente gli occhi vedevano tutto ruotato di  centottanta gradi, trasmettendo al cervello un'immagine del mondo per così dire capovolta. Siccome però il cervello sapeva che la gente non andava a spasso sulla testa e che le montagne non si allargavano dal basso all'alto, aveva imparato a rigirare l'immagine. In qualche modo, li occhi imbrogliavano e la ragione fungeva da correttore. Che fosse vero o no, questo poneva in ogni caso una questione fondamentale: come poteva Jonas essere certo che quel che i suoi occhi vedevano fosse davvero là?

In fin dei conti, lui era un grumo di carne che vagava per il mondo. Ciò che sapeva lo acquisiva soprattutto tramite gli occhi. Grazie a loro si orientava, prendeva decisioni, evitava di andare a sbattere. Ma niente e nessuno potevano garantirgli che dicesserò la verità. Il daltonismo era un esempio innocuo di come l'inganno fosse plausibile. Forse il mondo aveva quell'aspetto, ma poteva anche averne un altro. Eppure per Jonas esisteva una sola maniera possibile, ovvero nella forma consentita dai suoi occhi. Il suo Io era un Qualcosa cieco in una gabbia. Il suo Io era tutto ciò che si trovava all'interno della sua pelle. Compresi gli occhi... o forse no.

Thomas Glavinic,
da Die Arbeit der Nacht (Le invenzioni della notte), 2006.

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M/N Excelsior Genova-Palermo



Nell'ambito dei miei ormai consueti appunti per gli occhi, ho pubblicato sul sito il resoconto fotografico di un recente viaggio sulla motonave Excelsior tra Genova e Palermo.
Le fotografie sono visibili QUI.
Come al solito, più che graditi i commenti.

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Una visione



Ricevo, e con molto piacere pubblico, un testo di Rosa Maria Puglisi nato dall'osservazione della mia serie Inspections in the future.


Una visione

È difficile dare la stura ai pensieri che si accalcano nella mia mente. Camminare non aiuta.

Il cielo è terso e l'aria sembra distendersi in una impalpabile coltre bluastra sopra il paesaggio aperto verso i monti, innanzi a me. Guardo intorno; calpesto questa scena; ne sono parte.

Sono parte trascurabile di un tutto più complesso di me, dei miei pensieri, dei sentimenti che provo guardando attraverso le mie lenti. Sono dentro, immerso, elemento fra gli altri, ma pensante. Mi aspetto qualcosa: un segno, come un emblema che riesca a restituire in un solo colpo d'occhio il senso di ciò che mi ingegno ad osservare e descrivere.

Perlustro il circondario, come se dovessi crearne una mappa. Cerco punti di riferimento: edifici, manufatti dell'uomo che interrompano quella continuità, che mi porta solitamente fuori strada.

L'edificio abbandonato che mi si para davanti: in la tutta la sua scalcinata mole è un inno allo sfacelo. Il suo grigiore, interrotto dalle ombre profonde che si annidano dietro pareti inesistenti, si erge ormai enigmatico al cielo circondato da alberi stanchi di protendere i rami al cielo, come braccia rinsecchite, supplicanti la pioggia.

Qua e là raccolgo tracce di una specie di naufragio: oggetti fra i più insoliti sono stati buttati a riva dal corso d'acqua, ora così difficile da immaginare nel suo impeto, ridotto com'è nel suo greto a poco più che un placido rivo. Eppure, in fondo, dietro l'ansa, alte montagne cariche di neve farebbero presagire immancabili piene.

L'aria ferma reca odori e suoni che non posso tracciare; malgrado io mi tenda come un arco verso il bersaglio, allineando il cervello all'occhio e l'occhio al cuore, non posso vedere altro che forme e colori indistinti.

I fili d'erba sono lineette un po' gialle, un po' verde bottiglia, e frammentano la mia visione. La sterpaglia e gli alberi calcinati sono intrecci di grigio, sui quali lo sguardo indugia, tentando invano di addentrarsi nel loro disegno scomposto, di ramo in ramo, di fuscello in fuscello. A perdita d'occhio. L'erba appassita cede sotto il mio passo incerto di cauto esploratore. Posso sentire nel mio respiro il lieve affanno di una ricerca senza posa.

Procedo soffermandomi di quando in quando a contemplare le tracce di un passato prossimo in lontananza dove i tralicci dell'elettricità convergono, creando un punto di fuga che conduce lo sguardo all'ammasso di palazzi sbiaditi che è città o periferia, non si sa più. Desaturata dalla leggera foschia acquista i connotati di un miraggio; di una proiezione su di un enorme fondale. Uno spazio su due dimensioni.

Mi guardo di nuovo intorno, ogni cosa sembra precipitarsi verso di me, reclamando la mia attenzione. Sono circondato da immagini che s'imprimono nella mia mente come su una lastra fotografica. Mi fermo. Non ho che da ritagliare qualche porzione di quanto ho immaginato.

Rosa Maria Puglisi


(© Copyright dell'autrice, 2012. Tutti i diritti riservati) 


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Un modo di concepire il mondo

©2012 Fulvio Bortolozzo - serie Scene di passaggio (Soap Opera).

Tutti percepiamo a ogni istante milioni di cose intorno a noi – queste forme che cambiano, queste colline brucianti, il rumore del motore –, le registriamo automaticamente, ma non ne prendiamo veramente coscienza, a meno che non ci sia un particolare insolito o il riflesso di qualcosa che siamo preparati a vedere. Non potremmo mai prendere coscienza di tutto e ricordare tutto perché  la nostra mente si riempirebbe di tanti di quei dettagli inutili che non riusciremmo più a pensare. Dobbiamo scegliere e il risultato di tale scelta, che chiamiamo "coscienza", non è mai identico alle percezioni, perché il processo di selezione le cambia. Noi prendiamo una manciata di sabbia dal panorama infinito delle percezioni e la chiamiamo mondo.

Una volta di fronte a questo mondo, operiamo su di esso un processo di discriminazione: entra in azione il coltello. Dividiamo la sabbia in mucchi. Questo e quello. Qui e là. Bianco e nero. Adesso e allora.

In un primo momento la manciata di sabbia sembra uniforme, ma più la guardiamo più la scopriamo varia. Non ci sono due granelli uguali. Alcuni sono simili per un verso, altri per un altro, e possiamo dividerli in mucchi sulla base di queste somiglianze e diversità. Si potrebbe pensare che a un certo punto il processo di suddivisione e di classificazione si interrompa, ma non è così. Continua all'infinito.

All'intelligenza classica interessano i principi che determinano la separazione e l'interrelazione dei mucchi. L'intelligenza romantica si rivolge alla manciata di sabbia ancora intatta. Sono entrambi modi validi di considerare il mondo, ma sono inconciliabili.

Urge a questo punto un modo di concepire il mondo che li unifichi senza far loro violenza. Un'intelligenza del genere non scarterà né la selezione dei granelli né la contemplazione della sabbia fine a se stessa, ma cercherà di rivolgere l'attenzione al paesaggio infinito dal quale è stata presa la sabbia.

Robert M. Pirsig,
da Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta (1974).

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