Ancora sulle "buone" fotografie

©2005 Fulvio Bortolozzo.
La fotografia è uno strumento così vario di comunicazione visiva che cercare di stabilire regole precise per fare "buone" fotografie è ridicolo e insulso come dire a un pittore in che modo si crea un buon quadro. Chi è tanto infallibile da poter decidere se Rubens è "migliore" di Renoir o Cézanne è "superiore" a Van Gogh? Lo stesso nella fotografia: chi può dire se Avedon è migliore di Mill o se Weston è superiore a McCombe?

Non è difficile rendersi conto che i fotografi originali e dotati di uno stile proprio — coloro che "creano" in fotografia —si differenziano l'uno dall'altro. Ma nessuno può dire che un dato fotografo è "migliore" di un altro. Se una fotografia dice qualcosa a chi la guarda, se rivela immaginazione, se ha un significato, se suggerisce un'idea o esprime una sensazione, allora è certamente una "buona" fotografia e colui che l'ha fatta è un buon fotografo. Se una fotografia, invece non esprime e non suggerisce niente, colui che l'ha fatta  è un cattivo fotografo, anche se appartiene ad una "scuola" o milita in un "gruppo" celebrato.

Andreas  Feininger,
da "Il libro della fotografia" (Successful Photography), 1954.

In un determinato modo


©2012 Fulvio Bortolozzo - dalla serie Ritagli d'assenza.


Non riesco a convincermi che l'obiettivo fotografico veda in modo diverso dall'occhio umano. Forse vede peggio, essendo immobile, ma quel che l'obiettivo ci restituisce è quanto noi stessi siamo in grado di vedere. La lastra dietro la lente, diversamente dalla nostra retina, fissa le immagini e di esse i fotografi se ne servono per scopi ed usi diversi. È un problema che riguarda i fotografi, ma costoro, a somiglianza dei pittori, possono insegnarci a vedere determinate cose o in un determinato modo.

Alfred Döblin,
dalla prefazione alla prima edizione di Antlitz der Zeit di August Sander (1929).
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L'Aranda alla Koch



Come ho già avuto modo di scrivere sul blog Fotocrazia dell'amico Michele Smargiassi, penso che l'intervento di Roberto Koch, fondatore e direttore dell'Agenzia Contrasto, alla trasmissione "Quello che (non) ho" sia stata un'occasione perduta. Davanti alla parola FOTOGRAFIA, che campeggiava sulla scenografia dello studio, e in riferimento alla fotografia di Samuel Aranda, ultima vincitrice del World Press Photo, Koch legge un discorso in difesa della "buona fotografia" contro il diluvio di immagini nel quale siamo immersi. Peccato che proprio la fotografia di Aranda sia un'esempio deprimente di come si possa trasformare in "immagine diluviale", icona mediatica, una fotografia estratta dal, per altro encomiabile, lavoro di un fotoreporter.

Rispondendo ad una sollecitazione di Smargiassi, ho rivisto e corretto il discorso di Koch, non tanto per farlo aderire alle mie idee sulla questione, certamente più radicali, quanto per render(me)lo più accettabile. Ecco il testo:

“La madre si chiama Fatima Al-Qaws, il figlio Zayed. Ha 18 anni. Il luogo è la Moschea di Sana’a, che i dimostranti usavano come ospedale improvvisato. Fatima era calmissima mentre lo stringeva e si prendeva cura di lui. Poi i soccorsi sono arrivati e lo hanno portato in ospedale. Dopo due giorni di coma, Zayed si è ripreso e ha di nuovo partecipato agli scontri per le strade della città. È stato ferito per altre due volte. Il racconto di Zayed in rivolta, e di sua madre che lo accudisce ferito, non è però visibile nell’immagine di Samuel Aranda. Questo ci dimostra che una sola delle fotografie che attraversano la nostra vita non ci consente di conoscere il mondo e gli uomini che lo abitano. Oggi difatti siamo immersi in un diluvio di immagini: sulla rete, nello scambio con gli amici, nei social network, nella pubblicità e nell’editoria più commerciale. È quindi l’immagine più che la fotografia a farla da padrone e questo mette a rischio la fotografia per come l’abbiamo sempre conosciuta. Come frutto del lavoro di grandi autori che ci hanno permesso di conoscere e conservare una affidabile descrizione del nostro tempo. Ma dei fotografi e delle buone fotografie abbiamo ancora un bisogno estremo. Una buona fotografia non è quella che simboleggia qualcosa, ma quella che descrive un fatto in modo così efficace da spingerci a farci delle domande e a riflettere. Una buona fotografia trasforma un osservatore in una persona più consapevole. In questo senso, questa fotografia della Pietà contemporanea si aggiungerà forse ad altre icone indelebili che ci resteranno impresse nella memoria, ma lasciata sola a se stessa non potrà mai dirci nulla sulla lotta per la libertà che attraversa i Paesi arabi, né avvicinarci alla storia di persone apparentemente lontane. Per conoscere il loro destino, dobbiamo partire da qui e viaggiare attraverso altre fotografie e altre parole.”

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Andare a Rubiera

©2012 Fulvio Bortolozzo - dalla serie Ritagli d'assenza.


Lo scorso sabato sono andato con la metà del mio cielo a Rubiera, piccola località tra Reggio Emilia e Modena. Più precisamente a L'Ospitale di  Sant'Antonio, un grande edificio cinquecentesco che un tempo offriva ricovero per una notte e un pasto caldo a pellegrini e viandanti. Nel  retro del chiostro, affacciato sui campi, si finiva di allestire il tendone da circo dove Paolo Rossi in questi giorni sta dando spettacolo. La giornata era calda, molto calda per la stagione, e l'ora del tramonto arrivava gradita sia per la luce attenuata sia per il leggero frescore. Una situazione piacevole quindi. Rafforzata dall'incontro inatteso con tre giovani fotografi dei quali stimo il lavoro e che per la prima volta conoscevo di persona. Anche ritrovare Guido Guidi è stato un piacere grande, oltre che per l'ammirazione che gli porto anche per l'amicizia con la quale sempre mi accoglie. Altro non c'è. Anzi sì: ho visto una piccola e deludente mostra allestita nella cappella del complesso. L'idea penso fosse quella di omaggiare Luigi Ghirri e sua moglie Paola, da poco scomparsa. Il risultato mi appare tristemente autoreferenziale, quasi una specie di conta degli eredi "legittimi", coevi del maestro o recentemente adottati. Non merita fare tanta strada per questo. Per gli amici, per il tendone del circo, per il tramonto. Per loro sì.

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Quasi quasi mi faccio uno shampoo


©2012 Fulvio Bortolozzo - dalla serie Ritagli d'assenza.

Ultimamente incontro fotografie con maggiore frequenza che nel passato recente. Nella vita "reale" intendo: quella delle mostre, delle fiere, dei festival. Sento come un senso di gonfiore intellettuale, mi pare di perdermi in tutto questo ribollire di immagini, intenzioni, dichiarazioni, visioni, attimi fuggenti e attimi in forte ritardo sui tempi. Troppe cose, troppe per una mente sola, pur curiosa e affamata di conoscenza. In tutto questo affollarsi di tracce ottiche pubblicate ed esposte, non vedo però una qualche direzione che non sia già stata indicata e percorsa da autori del passato. Forse perché non ho la fortuna di sbagliare porta ed entrare nella hall dell'hotel Canalgrande di Modena, come capitò a Mussini quando incontrò le prime opere di Luigi Ghirri nell'ormai sideralmente lontano 1972. Può darsi. Sta di fatto che mi assale una certa stanchezza. Forse, come cantava Giorgio Gaber, è ora che mi faccia uno shampoo..

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