High Dinamic Reality


Ieri sera alla sezione fotografica del C.R.D.C. di Torino ho avuto il piacere di assistere alla presentazione, organizzata da Maurizio Mangili, di Alessandro Sicco. Alessandro è un autore che da qualche anno porta avanti una serie di fotografie realizzate in edifici abbandonati che poi sottopone ad una sua personale postproduzione basata sulla tecnica dell'HDR.

Nelle sue opere ho trovato una certa varietà di soluzioni e di qualità formale, con alcune eccellenze, ma anche risultati che mi lasciano perplesso. La giovane età, e la recente intrapresa del suo cammino, mi fanno tuttavia ben sperare nella maturazione dell'autore, perché mi è parso di cogliere una rara autenticità nelle sue esigenze espressive.

Come forse era prevedibile, sia la scelta dei luoghi sia la tecnica di postproduzione hanno animato il dibattito e molti sono stati gli interventi tra la trentina di persone partecipanti alla serata. Devo subito dire che la notevole dialettica tra le diverse opinioni è stata molto interessante e utile. Questo va a tutto onore del circolo e della capacità dei soci, che avevo già riscontrato quando presentai il mio lavoro, di porsi in modo aperto verso qualsiasi discorso fotografico.

Detto questo, superando i confini della serata e del lavoro di Alessandro, penso sia necessario interrogarsi sul rapporto tra ripresa fotografica e suo trattamento successivo, anche per capire il successo attuale di tecniche come l'HDR, così come quello di altre manipolazioni che recuperano forme legate alla storia tecnologica della fotografia: effetto "Polaroid", effetto "stampa a colori dimenticata nel cassetto per vent'anni", effetto "pellicola strofinata sulla pelliccia del gatto", ecc. ecc.


In altre occasioni ho avuto modo di definire questo fenomeno "neopittorialismo" o anche "pittorialimo di ritorno". La differenza dal Pittorialismo storico sta, mi pare, nell'imitazione non più di tecniche classiche della storia dell'arte (litografie, carboncino, acquerello, ecc), ma di stili legati a periodi storici della tecnologia fotografica. In questo senso l'HDR non è assimilabile alle restanti soluzioni, perché non esiste nel passato alcuno stile o periodo fotografico simile. Tanto che ritengo probabile una connotazione epocale del tempo presente, almeno per quanto riguarda gli ambienti professionali e amatoriali, come "gli anni dell'HDR". In modo molto simile a come possiamo ricordare, per esempio, gli anni '80 del Novecento come gli anni delle diapositive sature e sottoesposte in stile "Franco Fontana".

Se devo quindi pensare ad un riferimento visivo per l'HDR più estremo, diventa necessario oltrepassare i confini della tradizione fotografica e della consueta storia dell'arte per approdare ai mondi virtuali della graphic novel, in specie di fantascienza (un autore: Enki Bilal su tutti). Anche certo cinema hollywodiano, il mondo dei video games e le illustrazioni più o meno gothic, convergono a dare il loro contributo nel formare un gusto eccessivo, sovraccarico, desideroso di luci bizzarre, persino vagamente mortifere, ma comunque sempre "ultra-naturali", quasi appartenessero ad un altro pianeta con altre regole illuminotecniche.

In tutto questo c'è il segno di una sensibilità, di una cultura, di una volontà di evasione dal dato verosimile, dalla restituzione aderente all'esperienza quotidiana vissuta come "piatta", monotona, banale, non più in grado di generare emozioni e fascinazione. Personalmente coltivo l'idea che il visibile sia invece così abbondantemente misterioso e carico di possibilità espressive da aver bisogno solo di più silenzio, più attenzione e più curiosità per ogni sua minima piega, in due parole di un "atteggiamento contemplativo" per continuare a regalarci emozioni e riflessioni. Su questo terreno, una fotografia neutra, di "grado zero", è perfettamente capace di inserirsi nell'esperienza umana e di fornire quel diverso livello cognitivo, alterato certo, ma che rimane molto molto vicino ad un vero e proprio viaggio spazio-temporale della traccia verosimile di quanto percepiamo. Il discorso qui si farebbe però davvero complesso e lungo. Ci tornerò sopra in altre occasioni.

In ultimo, una piccola nota: ho sentito il bisogno di giochicchiare un poco con qualche "alterazione altamente dinamica" dei miei appunti fotografici sulla serata. Sia chiaro, a scanso di equivoci, non intendo dileggiare proprio nessuno, ma solo, come dice Jannacci: "vedere di nascosto l'effetto che fa!".

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Sgarbissima


L'ho evitata accuratamente fino a ieri pomeriggio. Snobismo, forti pregiudizi sul curatore, allergia alle ammucchiate maggioritarie spacciate per democrazia. Insomma, dopo la notizia che la prorogavano di un mese e che tanti miei concittadini l'avevano già vista, pare persino con soddisfazione, la mia innata curiosità ha finalmente prevalso su tutte le possibili riserve. Mi riferisco alla sezione torinese del Padiglione Italia della 54esima Biennale di Venezia curato da Vittorio Sgarbi.

Sfidando il freddo davvero intenso della Sala Nervi, mi sono buttato a capofitto nel mare magno delle opere realizzate dagli oltre settecento artisti selezionati. Il primo impatto è stato quello di trovarsi dentro una specie di Porta Palazzo dell'arte: tanti banchi, tante merci esposte d'ogni tipo, qualità e provenienza. Ma pazienza: al mercato ci si va anche per passare il tempo e scoprire l'inatteso.

Va detto subito: mi sono divertito. Come un bambino, come quando venivo al Torino Esposizioni a ritirare il regalo di Natale per i figli dei dipendenti FIAT. Una giostra dietro l'altra di colori, forme, luci senza altro legame tra loro che il puro accostamento abbastanza casuale o, al massimo, tipologico: qui le ceramiche, lì le fotografie, laggiù le installazioni, ecc. Su tutto il biancore elegante, inarrivabile della Sala Nervi, contenitore in grado di dare sempre il massimo risalto ad ogni tipo di esposizione.

Quindi, spostando magari la data verso primavera, per motivi puramente climatici, capisco che si pensi di ripetere l'esperienza e mi diverte che si voglia chiamarla Babele. Lo è davvero una babele. Anzi è una specie di bazar di tutto ciò che si pensa in genere possa chiamarsi "arte". Deve essere estroso, colorato (pop, tardopop, minculpop...), ben fatto (la sapienza artigianale sento dai commenti attorno a me che viene molto apprezzata), poi se sembra realizzato dal cappellaio matto di Alice allora siamo al "top". Ci credo che sia un bel Luna Park per famiglie: puoi non aver mai studiato una mazza di storia dell'arte e non sapere nemmeno che esista una cosa chiamata "arte contemporanea" senza che questo provochi alcuna irritazione cutanea da ignoranza postscolastica. Basta che piaccia questo invece di quello e la visita va via liscia, senza conseguenze.

Nella curatela di questo Padiglione Italia torinese leggo una illusione (anzi un illusionismo) populista: la vita è semplice, sai già tutto quello che ti serve, non devi pensare ad altro che passare meglio che puoi il tempo che ti rimane da vivere.

Peccato che dietro le opere ci siano persone. Persone che per fare quelle opere impegnano la loro esistenza e che avrebbero necessità di trovare riscontri diversi, ben più meditati, per progredire nel loro lavoro. Esporle a mucchi, non importa come, purché poi possano rimpinguare il loro curriculum con l'ambitissima frase: "Partecipa alla 54esima Biennale di Venezia", è un inganno narcisistico per tutti: per chi li butta in questa bolgia, per chi è contento di esserci e per chi si bea di andare a passeggiarci. Ci vedo il ritratto di un paese vanitoso che muore piuttosto di guardarsi veramente nello specchio per cercare di capire quello che è diventato. In questo senso Sgarbi compie un'altra acrobazia delle sue: maligno e benigno al contempo. Si diverte, e ci diverte, mettendoci sul palcoscenico sociologico della nostra insufficienza. Ci coccola nei difetti e così li fa emergere. Questa Biennale "democratica" verrà penso ricordata dai posteri per aver dimostrato che oggi l'arte non è davvero cosa nostra, non più.

I miei appunti fotografici su Sgarbissima (così ho ribattezzato l'evento, con evidente riferimento parodistico ad Artissima) sono QUI.

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Né il nuovo, né il vecchio

©2011 Fulvio Bortolozzo - serie Scene di passaggio (Soap Opera).

Perché più vivo e più penso, meno mi riesce di veder la realtà tutta d'un pezzo, tutta verso il nuovo ora, tutta affondata nel vecchio in passato. Né di parteggiare. Mi guardo dall'astrarre, non mi metto il paraocchi come con i muli si fa [...]. Dico che non mi farò una fede del nuovo per uccidere il vecchio, che non esiste, né il nuovo, né il vecchio, che esiste l'enorme aggroviglio della vivente realtà, che è vivente, che è realtà e si strafotte della tua particolaristica fede futurista del nuovo e di tutte le altre particolaristiche fedi retrive del vecchio.

Giovanni Boine, Scritti inediti.
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Tra estetica ed etica


Nella galleria torinese dei Weber approda uno spirito inquieto: Gabriele Croppi, classe 1974.
Alle pareti grandi stampe fotografiche al carbone su carta cotone protette, ma anche in parte nascoste, dal vetro di cornici bianche, opache, minimali. Le opere esposte appartengono a serie recenti come Piemontesi, New York e altre.

Il primo impatto con le immagini di Croppi solleva immediatamente pensieri ambivalenti. Da un lato si rimane attratti dal rigore freddo e geometrico dei suoi neri nerissimi, condotti al limite del tratto fotolitografico, interrotti da luci bianche bianchissime. Dall'altro la presenza di figure umane, spesso una sola per immagine, e insolitamente statuarie, oltre all'apparizione nei cieli di elementi incogrui (mongolfiere, singole nuvole troppo "giustine", ecc.) inducono a considerare fortemente manipolato ciò che si vede, creando così un corto circuito culturale tra l'idea tradizionale che una fotografia debba essere per forza la traccia ottica di un singolo tempo e luogo e la totale libertà visionaria di cui godono invece le immagini grafiche.

In aiuto alla comprensione di simili scelte formali soccorre la conoscenza del percorso che ha portato Croppi fin qui. Una visita al suo sito, rivela un importante passato professionale con forte orientamento al viaggio geografico e al reportage sociale. Elementi compositivi ora riuniti in un insieme coerente e autonomo ricorrono spesso all'interno di fotografie decisamente più convenzionali, sia a colori sia in bianco e nero. Fino al 2009. In quell'anno Gabriele Croppi raggiunge il culmine di una riflessione sul senso di ciò che va facendo. Alcune parole estratte dalla sua presentazione del progetto Shoa e Post-memoria, chiariscono efficacemente la questione:
"Da tanto tempo avevo (...) deciso di abbandonare ogni tematica sociale e di smettere i panni di fotografo di reportage, per dedicarmi esclusivamente alla ricerca. Una crescente insofferenza per la dichiarata vocazione realistica del medium fotografico, mi fece prendere altre strade. E certamente, a questa ragione andò a sommarsi una maturata consapevolezza d’inconciliabilità fra etica ed estetica nella rappresentazione di un fatto sociale. La ricerca del “bello” e di una soluzione formale in funzione della narrazione di un dramma, era diventata per me un compromesso inaccettabile".

In sostanza, Croppi risponde alle intollerabili ambiguità etico/espressive cui è sottoposto il fotoreportage contemporaneo scegliendo di rompere con quella estetica per recuperare l'essenza etica della sua azione fotografica.

Non so dire quanto sia convincente la soluzione fin qui proposta dall'autore, ma trovo certamente ammirevoli sia il percorso fatto sia la sincerità d'intenti che lo stanno portando verso risposte a questioni importanti, certamente molto complesse, e forse mai definitivamente risolvibili.


METAFISICHE
Fotografie di Gabriele Croppi

a cura di Chiara Buzzi

Dal 19 gennaio al 25 febbraio 2012.

Sede: Galleria Weber & Weber, Via San Tommaso 7, Torino.
Orario: dal martedì al sabato, 15:30-19:30.
Info: 011.195.00694
- http://www.galleriaweber.it - carlomaria.weber@fastwebnet.it

Ingresso libero, catalogo in mostra.

Un fiume in piena

Sono molto stanco, ma prima di cadere addormentato voglio subito ringraziare le tante, tantissime persone che sono venute all'inaugurazione di Tornando altrove. Un fiume in piena che ci ha travolti a più riprese durante l'arco della serata. Una festa ricca di parole, colori ed entusiasmo. I pareri sulle opere sono stati nella maggior parte positivi, ma anche le critiche sono arrivate cortesi, puntuali e utilissime. Persino un black out di circa mezz'ora non ha causato defezioni, ma anzi è stato l'occasione per i presenti di visitare la mostra alla luce dei loro telefonini: una scena di una suggestione incredibile.

Grazie a tutti. Momenti come questi ripagano davvero di ogni sforzo.








TORNANDO ALTROVE
a cura di Fulvio Bortolozzo
Opere diFabrizio Amort, Roberto Ferrero, Marco Garrone, Francesco Germinara,
Barbara Malacart, Andrea Marazzi, Marco Masanotti, Elena Simonatti,
Stefano Trevisani, Marco Vergano.

Luogo: Fusion Art Gallery, piazza Peyron 9/G, 10143 Torino.
Inaugurazione: giovedì 12 gennaio 2012, ore 19 - 22.
Periodo: dal 12 al 26 gennaio 2012.
Orario: ore 16 - 19, dal martedì al giovedì o su appuntamento.
Informazioni:
 
fulvio@bortolozzo.net

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Dico trentatre



Mancano tre ore all'inaugurazione.
La galleria è silenziosa. Guardo e riguardo le immagini. Tutto mi sembra a posto, tutto ben fatto. Tra poco inizieremo a sapere se davvero è così. Chi vorrà venire a vedere i frutti del nostro lavoro ci darà la prima misura, quella emozionale. L'altro giorno ho ripescato nell'archivio di Exibart le news di tutte le mostre che ho curato. Con questa sono 33 in otto anni. Una media di poco superiore alle 4 all'anno. Dalle iniziali piccole mostre del mitico Soundtown all'evento più grande che abbia fin qui affrontato: il Lens Based Art Show.
Il bilancio mi pare buono, mi sembra di essere stato utile a molti autori e di aver segnalato dei valori sinceri. Il tempo mi darà, come al solito, ragione o torto. Per ora, non mi resta che prepararmi con i miei dieci compagni di viaggio a ricevere complimenti e critiche. Sui primi brinderò subito con loro, sulle seconde, preziosissime, rifletterò poi in solitudine, per migliorare ancora, sempre, fino all'ultimo soffio di vita.

TORNANDO ALTROVE
a cura di Fulvio Bortolozzo
Opere diFabrizio Amort, Roberto Ferrero, Marco Garrone, Francesco Germinara,
Barbara Malacart, Andrea Marazzi, Marco Masanotti, Elena Simonatti,
Stefano Trevisani, Marco Vergano.

Luogo: Fusion Art Gallery, piazza Peyron 9/G, 10143 Torino.
Inaugurazione: giovedì 12 gennaio 2012, ore 19 - 22.
Periodo: dal 12 al 26 gennaio 2012.
Orario: ore 16 - 19, dal martedì al giovedì o su appuntamento.
Informazioni:
fulvio@bortolozzo.net

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La discesa di Magnum in Italia



Un senso di fastidio provocato da molte cause. La prima è un incauto parallelismo, del tutto incongruo. All'inizio di questa mostra commissionata all'Agenzia Magnum c'è difatti un pannello di presentazione che evoca l'idea del classico "Viaggio in Italia". Infelice riferimento. "Viaggio in Italia" si chiamò anche l'arcinota mostra epocale voluta da Luigi Ghirri nel 1984. Con ironia, Luigi ripartiva allora da un'idealizzazione storica e culturale del nostro paesaggio per rifondarne la conoscenza alla luce delle conquiste concettuali della scuola fotografica americana degli anni Settanta. Oggi invece nelle sale di Palazzo Reale a Torino è allestita la mostra L'Italia e gli italiani, ennesima "marchetta" (così si definisce in gergo tra gli addetti ai lavori un incarico accettato solo per soldi) di quella che fu alle sue origini il prototipo della grande agenzia fotogiornalistica indipendente.

La formula che da troppo tempo sorregge questo genere di "prodotti culturali", prevede che funzionari (peggio se sono fotoamatori evoluti ed eruditi) di un qualche ente desideroso di creare un'operazione di "foto-marketing celebrativo" risolvano furbescamentre il problema innalzando il blasone di un nobile decaduto: l'agenzia Magnum, appunto. Chi oserebbe difatti mai porre in dubbio che siano stati mal spesi i soldi esborsati in nome e per conto dellla collettività di fronte alla pezza giustificativa della fattura emessa da un simile monumento che conta tra i suoi santi in paradiso nientemeno che Robert Capa e Henri Cartier-Bresson?

Ebbene, forse è giunto il momento di dire che il re è nudo: questa mostra non vale nemmeno la sua apparente gratuità (apparente perché del denaro pubblico è stato comunque speso).

Come dare una patina progettuale "seria e coerente" a qualche fotografia rimediata il più in fretta possibile (per stare nei budget...)? Facile! Si prendono 4 dati statistici e si monta una evidenza sociologica che poi il fotografo è chiamato ad "interpretare" (leggi: illustrare) con la forza del suo stile inimitabile e pluripremiato.

Così hanno fatto tutti i dieci fotografi Magnum, con la piccola parziale eccezione di Richard Kalvar: un centinaio di bianco e nero non travolgenti, ma almeno coerentemente "sul pezzo". Anche Donovan Wilye propone qualche immagine non troppo consumata della tipica commistione storico-contemporanea del paesaggio italiano: però già più che indagata nel tempo da fior di autori nazionali. Mikael Subotzky riesce invece a centrare due o tre colpi significativi tra l'Aquagym e Gardaland. Grande, grandissima delusione delle mie aspettative me l'ha poi data un autore che stimavo molto: Mark Power. Se la cava con una prevalenza di dittici e trittici davvero dimenticabili, per quanto impeccabili tecnicamente. Il presidente Magnum, Alex Majoli, raggiunge notevoli vette abissali mettendo insieme un'imbarazzante serie di ritrattini da report aziendale, con qualche dettaglio annesso. L'altro italiano, Paolo Pellegrin, cerca di evadere dalla spinosa questione con una installazione del genere "arte contemporanea", che farebbe comunque una qualche onesta figura anche se esposta davvero in contesti come Artissima. Chi resta? Bruce Gilden affronta un tema difficile e lo conduce con una certa dignità professionale, bisogna dargliene atto. Harry Gruyaert tenta di mettere insieme in polittici molte immagini banali per ricavarne un certo effetto, ma l'unione non riesce affatto a fare la forza. Infine il "cucchiaio di legno" della mostra: Christopher Anderson. Le sue dieci immagini della costa italiana non valgono nemmeno le righe per commentarle, tanto sono insignificanti.

Ok, sto scrivendo a caldo e quindi fate pure la tara a quanto avete letto. Chi non l'ha vista, vada senz'altro a vederla (avendola il contribuente già pagata...), ma resta il fatto che sarebbe stato infinitamente più serio, audace e complesso, prendere il meglio del lavoro fatto dai grandi fotografi italiani, dall'Unità ad oggi, e dargli un'unica sede espositiva. Avrebbe però richiesto competenza, discussioni, impegno, in due parole: lavoro culturale. Molto più comodo, pagare la fattura di una ex agenzia giornalistica, oggi divenuta agenzia per commissionati di prestigio, e farsi così facilmente belli mettendo il proprio nome nel colophon della mostra e del catalogo.


L'Italia e gli italiani
nell'obiettivo dei fotografi Magnum

Dal 25 novembre 2011 al 26 febbraio 2012.

Sede: Palazzo Reale di Torino.
Orario:
da martedì a domenica, dalle 9:30 alle 18:30, lunedì chiuso.
Info:
http://www.italiaitaliani.com - info@italiaitaliani.com

Ingresso libero, catalogo in vendita (34,00 Euro).

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Tornando altrove


Una collettiva fotografica che apre il nuovo anno con i lavori di dieci autori apparentati dalla volontà di percorrere le possibilità espressive del mezzo fotografico in uno dei suoi aspetti più intriganti e specifici: lo spostamento spazio-temporale provocato dalla traccia ottica. Luoghi, figure umane e oggetti sono così spunti di partenza per recuperare la dimensione riflessiva del fotografare. Un ripensamento delle percezioni visive che vuole trovare nuove coordinate possibili per le esperienze esistenziali di ciascuno degli autori in mostra.


TORNANDO ALTROVE
a cura di Fulvio Bortolozzo

Opere di
Fabrizio Amort, Roberto Ferrero, Marco Garrone, Francesco Germinara,
Barbara Malacart, Andrea Marazzi, Marco Masanotti, Elena Simonatti,
Stefano Trevisani, Marco Vergano.

Luogo: Fusion Art Gallery, piazza Peyron 9/G, 10143 Torino.
Inaugurazione: giovedì 12 gennaio 2012, ore 19 - 22.
Periodo: dal 12 al 26 gennaio 2012.
Orario: ore 16 - 19, dal martedì al giovedì o su appuntamento.
Informazioni:
fulvio@bortolozzo.net
(cover photo: © Marco Garrone)

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