REST 21/12/2016






















REST è una rivista stampata su carta di fotografie senza parole. I fotografi selezionati per REST realizzano serialità con immagini interessanti.

REST cambia la priorità. La percezione visiva è la prima forma di conoscenza: istintiva, pre-verbale. Se avete bisogno delle parole chiedete direttamente ai fotografi.

REST pensa: se un'immagine non funziona, centinaia, migliaia o milioni di parole non potranno salvarla.


REST contains photographs without wordsThe photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.

REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.


REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.




Guarda un'anteprima e acquista.
Preview and buy.

REST 21/12/2016
CASETTA CORRADI GRASSO
PARAGGIO ROMUSSI TILIO
Format US Letter
64 pages - 58 color plates
ISBN: 9781366660541



Uscite precedenti.
Previous issues.

REST 26/11/2016
SHOW EDITION
CREAZZO FUSCO LOMBARDO
MINERVINI QUIRINI RADO


REST 13/10/2016
LAB EDITION
CAVICCHIO GIORGI MORETTI

REST 01/08/2016
BORRELLI GALLO HERIN
PALADINI RIGOLLI VERGANO


REST 27/05/2016
FUSCO MENARELLO MORETTI

PISANI STOCCHI VITTORI

REST 29/02/2016
ALTERO-VINO CRAVERO DI FONZO
DI LEO LOMBARDO MASSA MICON


REST 13/12/2015
CREAZZO GHIO LABELLARTE
MINERVINI MONI TONOLLI


REST 09/08/2015
ARMENTANO GIACOBINO
GIANNOTTA QUIRINI RADO






REST, ©2015-2016 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved

La sostanza di ciò che si vede.

Di recente sono finalmente riuscito ad andare a vedere la mostra personale di Armin Linke al PAC di Milano. Le mie aspettative erano guidate da una scarsissima conoscenza dell'autore, del quale trattenevo nella mente ben poche cose: mi aveva colpito, un decennio fa, la freschezza del suo lavoro all'interno della collettiva 6 x Torino; avevo navigato una volta il suo sito congegnato con un'innovativa formula di massima libertà di selezione e accostamento; ogni tanto incontravo sue fotografie sulla rete e sulle riviste che mi sembravano improntate ad una certa rigorosa qualità internazionale di derivazione teutonica, ma non troppo, e in ogni caso sempre interessanti.

Carico, o meglio scarico, del mio povero bagaglio varco la soglia del PAC e mi trovo di fronte ad un apparato di una complessità impressionante. Invece della personale di un fotografo, mi trovo proiettato in un'installazione site specific che vede coinvolti ben due curatori, Ilaria Bonacossa e Philipp Ziegler, otto intellettuali di varia estrazione culturale e scientifica, almeno due designer per l'allestimento (supporti e suoni) più molti altri collaboratori e sponsor. Tra questi ultimi spiccano la Graham Foundation di Chicago e il Goethe Institut.

Il volume di fuoco dell'autorevolezza esibita è tale da ridurre al silenzio totale l'incauto sprovveduto che avesse avuto anche solo in mente di poter esporre un'opinione che non fosse meno che celebrativa. Quindi, con una certa temerarietà sconsiderata, eccomi uscire dalla comoda trincea dell'uomo qualunque ed avanzare carponi e circospetto verso la linea del fronte avverso armato solo di tenaglie tranciafili e fede in qualche dio protettore degli sciocchi.

L'installazione suddivide gli spazi del PAC in cinque sale tematiche, più il corridoio, il parterre e la galleria superiore, che ospita a parete tre grandi fotografie e un video. In ciascuno degli spazi si svolge quello che viene definito "dialogo": ciascuno degli intellettuali ha selezionato fotografie di Linke dalle ventimila messe a disposizione nel suo archivio e ci imbastisce sopra un suo ragionamento. Un brusio di voci avvolge tutto, degli oggetti a forma rudimentale di grande cavalletto ligneo razionalizzato (un design un poco "brutalista", che nell'insieme mi provoca l'effetto di un certo assiepamento fieristico) portano fotografie di Linke di  varie dimensioni e soggetto, altre sono a parete. Ci sono poi didascalie descrittive e si viene dotati di libretto bilingue di lettura all'ingresso. Come ogni italiano che si rispetti, coltivo una certa idiosincrasia per i "libretti d'istruzione" e cado nell'errore tipico di volermela cavare senza leggere quasi nulla.

Qui finisce la mia incauta avanzata nell'installazione. Senza leggere, né ascoltare, attentamente, mi rimangono le fotografie che sono tra loro simili per educazione visiva e coerenza formale, ma come lo sarebbero le fotografie di qualsiasi eccellente professionista della fotografia industriale e tecnica. Invece di quelle di Linke, potrebbero essere quindi quelle di un altro valente collega che l'insieme non ne risentirebbe affatto nel suo impianto concettuale.

Certamente l'insoddisfazione che ho provato è colpa mia. Sono io che sono ostinatamente fissato con la faccenda dell'iconografia e dell'autonomia delle immagini dalle parole. Già sopporto a stento di conoscere luogo e data, figurarsi se mi si propone addirittura un flusso verbale intellettualmente sofisticato. Vado in tilt.

Mi resta la riconfermata bellezza del PAC: quella sua lunga vetrata sul giardino e quella lieve armonia razionalista, che amo da sempre, continuano a valere ogni visita, come quelle incantevoli che mi capitò di fare all'antologica su Ugo Mulas o quella di Jeff Wall. Mi restano anche alcune delle fotografie di Linke, in specie alcune ampie vedute, davvero coinvolgenti.

Chissà che coltivandomi ancora, non riesca a svilupparmi meglio e infine ad accedere con la dovuta disinvoltura alle installazioni come queste, che per il momento riesco ad immaginare più pertinenti con un Museo della Scienza e della Tecnica che con l'arte contemporanea. Abbiate pazienza, mi ci sto applicando.

Uscire dalla gabbia.


Di recente ho avuto modo di incontrare la resistenza di alcuni all'idea di potersi trovare di fronte a delle immagini fotografiche senza alcun supporto da parte delle parole, siano esse dette o scritte. Un vero è proprio horror vacui.

L'immagine vissuta come abisso oscuro sul quale affacciarsi sia un pericolo mortale e vada perciò fatto solo con le dovute cautele verbali del caso per non precipitarvi dentro.

Il timore parrebbe essere quello di non poter comprendere quello che si vede. Una sfiducia paradossale nella capacità del sistema occhio/cervello di risolvere l'enigma, come fosse tutta una trappola preparata ad arte per impedirlo.

Penso purtroppo che le cose non stiano proprio così. Sarebbe in fondo una paura ragionevole perché rivolta alla necessità, tutta umana, di dare un qualche senso alle cose e alle esperienze. Invece leggo nel rifiuto del rapporto diretto con delle immagini senza la cintura di protezione delle parole il bisogno prioritario di conformarsi ad un senso comune condiviso.

Non importa cioè conoscere veramente le cose, farne esperienza attraverso l'analisi personale e magari sbagliando ripetutamente prima di riuscirvi, ma avere su di esse l'opinione socialmente stabilita dal proprio gruppo di riferimento. Siamo di fronte al conflitto tra individualità e appartenenza, nel quale si pensa, secondo me erroneamente, che solo nella seconda possa esservi conoscenza, identità e quindi cultura.

Ci vorrebbe più coraggio. Le immagini, nel loro silenzio, lo richiedono. Uscire dalla gabbia di ciò che si dovrebbe pensare e arrischiarsi a pensare dell'altro, anche se potrebbe sembrare insensato. Diversamente, non rimane che assopire la mente nel rassicurante tran tran di ciò che ci dicono si debba pensare, chiedendo il libretto di istruzioni per poterlo fare: un titolo, una didascalia, una descrizione, magari anche audio con le cuffie ché così non si deve nemmeno fare la fatica di leggere niente.